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mercoledì, 09 giugno 2004

Cesare Brandi
 
"Il restauro deve mirare al ristabilimento dell'unitá potenziale dell'opera d'arte purché ció sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell'opera d'arte nel tempo"
"Restoration should aim at re-establishing the potential unity of the work of art, provided this is possible without making an artistic or a historical fake, and without effacing traces of the passing of time in the work of art."

Foto: Archivio ICR




Cesare Brandi -a destra- con il Presidente della Repubblica Gronchi in occasione della Mostra sulla Tomba delle Olimpiadi di Tarquinia

Cesare Brandi

An active lobbyist against the removal of what he considered to be protective and aesthetically enhancing patinas on artworks was Professor Cesare Brandi, head of the Istituto Centrale del Ristauro in Rome. In 1950 he entered vigorously into the debate then still raging over the cleaning of pictures at the National Gallery(98). In the journal of his own Institute(99) he revived the pre-War controversy: 'We are not dealing with patina, nor with washing . . .We have here a ferocious skinning, which has removed the first layer of sculpture . . .'. Brandi believed that certain coatings on the sculptures, visible today on parts of the Elgin Marbles, were deliberate applications to the finished sculpture of a thin layer of plaster (intonaco). He lamented the abrasion of the surface all the more for its having removed these coatings. 'It is not a question', he says of taking off patina: those responsible cannot say that it is simply a matter of taste . . .'

He admitted that the scouring had not affected all the Marbles: the pediments had escaped, with the exception of the Hebe (G) of the east. Also he thought the east frieze figures 28- 61 (100) were unaffected as well as parts of the north frieze, which he lists nonsensically as figures 12 - 44. All the rest of the frieze and the metopes are, he says, abraded.

Brandi's account suffers from the hysteria of outrage that so often accompanies public discussion of art restoration. His detailed comments on individual pieces, moreover, especially his claim that the sculpture was reworked with sharp tools leaving scratches in the surface, is

unacceptable and seriously calls into question his powers of observation. Brandi published two further notes defending his case for all the sculptures of the Parthenon having once been coated in a coloured layer of plaster which, again, is a claim that many may find difficult to accept.(101)

Besides Brandi, there has been very little academic interest in the cleaning. Subsequent reference to it has come from two other sources: one being published memoirs of persons caught up in the scandal, the other being the lobby for the restitution of the Elgin Marbles to Greece.

There are four principal biographical accounts of the 1930s cleaning.

Da Arte e Critica, anno V, numero 13, settembre 1997

I viaggi di Cesare Brandi


di Vittorio Rubiu

È indiscutibile, anche se non sempre se ne trova la conferma nei dizionari letterari, che i libri di viaggi di Cesare Brandi costituiscono un "genere" nuovo, per quella forma tra critica e narrativa che li caratterizza. È il caso di questo aureo libretto, pubblicato da una piccola ma agguerritissima casa editrice di Viterbo, e il cui titolo In Situ, sta a significare quanto sia radicata nel territorio l’opera di Cesare Brandi.
Con scrupolo di ricercatore, con pazienza e con gusto, Paolo Antinucci ha raccolto dodici scritti di Brandi riguardanti la Tuscia, di cui due inediti, rivelandoli per la prima volta al grande pubblico. Un bel cammino, un viaggio nella Tuscia, che ci conduce lungo un complesso itinerario di paesaggi e avvenimenti artistici, e in un arco di tempo che dall’immediato dopoguerra (in quegli anni appunto decollò, sotto la guida illuminante di Brandi, l’Istituto Centrale del Restauro) arriva fino quasi ai nostri giorni. E il libro si apre proprio con il resoconto dei restauri degli affreschi di Lorenzo da Viterbo e della Pietà di Sebastiano del Piombo; quasi a rivendicare quello che ha rappresentato Brandi per la Tuscia e la Tuscia per Brandi. A questa introduzione solenne l’Antinucci fa seguire altri dieci testi e, anche ad averli conosciuti, non risulta affievolita la precisa intuizione con cui sono descritti luoghi e monumenti, grandi e piccoli, integri o cadenti, tra i più famosi o che ancora aspettano di essere adeguatamente valutati. Ed è singolare – o per meglio dire non è affatto singolare dato che si tratta di Brandi – come questo libro non risulti per nulla miscellaneo, ed anzi mantenga una forte impronta unitaria.
"È uno speciale approccio all’opera d’arte che è argomento unico, e che sconta l’apparente eterogeneità di questi testi, come di quelli dell’intera produzione di Brandi". Così Antinucci, nel suo saggio introduttivo: e quante cose che si crede di sapere e non si sanno al modo giusto, al punto giusto, questo saggio mette in evidenza, ma senza accentuazioni intellettualistiche, ed anzi favorendone una più facile comprensione.
Brandi era un grande aristocratico della cultura, eppure non esitò a farsi giornalista, con un suo stile irritato, quando non furibondo: si pensi, per fare un esempio, all’articolo apparso nel Corriere della Sera, e riprodotto nel libro, in cui si stigmatizza la derelizione sconsolante di Tuscania, ad un mese dal terremoto. Come storico e critico, dell’antico come del moderno, Brandi fu un interprete sottilissimo, tra i più rigorosi e geniali, con giudizi a volte sin troppo perentori e sintetici, ma sempre motivati dall’interno. Come filosofo, anche per le sue ascendenze idealistiche (anche se poi il suo pensiero andò verso un’altra direzione) considerava l’opera d’arte come un assoluto, qualcosa di insostituibile e di irripetibile, l’espressione di quello che una volta si chiamava lo spirito. Fu questa religione dell’arte, ed insieme il suo bisogno di far seguire al giudizio di valore la cura anche fisica delle cose, che lo portarono a quella perfetta simbiosi di teoria e di prassi, di analisi del testo e di interesse oggetuale dell’opera che è il restauro. In questo senso, l’ultima parte del saggio di Antinucci è di certo quella che appare criticamente più impegnata, dedicata com’è a definire con precisione l’impostazione filologica che è alla base della teoria di Brandi.
"Come il filologo – argomentava Brandi nel ’54, con quella invidiabile chiarezza di dettato che ha quasi l’andamento di una dimostrazione di un teorema – davanti ad un problema di interpretazione di un testo mutilo deve riempire le lacune con parole suggerite o improntate ad altri testi, così noi restituiamo al testo pittorico una continuità, come se intercalassimo in corsivo le parole, le congiunzioni, gli avverbi, gli aggettivi mancanti". Donde la necessità di trasferire nella pratica del restauro quella che è un’esigenza primaria della filologia, ossia la distinzione tra i concetti di auetentico e originario. Ecco come Antinucci riassume questo passaggio fondamentale, in termini tali che sono oltre che informativi acutamente interpretativi: "il precetto dell’intervento autodocumentario, cioè prefettamente distinguibile dall’autentico, è da questo punto di vista molto più che un parallelismo: è una perfetta identità: si può dire che non avrebbe luogo alcuna filologia se nell’edizione del testo le integrazioni non si distinguessero inequivocabilmente dal tessuto di partenza… Identico è per il restauro: l’intento di non falsificare (perfettamente in conseguenza con la demitizzazione dell’originale) prescrive completa percepibilità della distinzione fra parte autentica e parte integrata. Bandite le ridipinture, così come le arbitarie modifiche nelle parole di un testo. Banditi a maggior ragione i rifacimenti, i ‘perfezionamenti’, le aggiunte o le ‘modernizzazioni’."
Una così puntuale esposizione di principi vuole degli esempi. "Cos’è infatti – si chiede Antinucci – la Pietà a fine restauro, se non una vera e propria edizione critica, e per di più (per la relativa conservazione delle vernici sovrapposte) una ipotesi di lavoro, esplicitamente lontana da quell’originale come doveva apparire ai tempi di Vasari e sempre in futuro perfettibile?"
Ma il libro non si aggira solo attorno al tema del restauro. È anche, s’è detto, un lungo cammino, un viaggio nella Tuscia e dalla Tuscia nel Lazio. Il pubblico degli aficionados di Brandi ha imparato da tempo ad apprezzare le doti, davvero rare, dello scrittore. Ma non tutti sanno che Brandi nasce poeta. L’autore stesso, in un’intervista, ricorda di aver pubblicato un volumetto di poesia già nel ’27. E poeta resta, anche quando più tardi si dedica alla critica d’arte o ai suoi amati libri di viaggio. Nietzsche diceva che "solo sotto gli occhi della poesia si scrive in buona prosa". Ma si legga, per convincersene, in In Situ, un testo come La Tuscia romana, quasi un Atlantide, dettato in tale prosa che ne fa naturalmente un pezzo d’antologia.

Da l'Unità del 2 febbraio 1997, supplemento l'Unità 2

Brandi, anche il restauro diventa un'opera d'arte


di Massimo Onofri

Scomparso nove anni fa, Cesare Brandi rappresenta un “caso” più unico che raro nella cultura italiana, perché giocò sullo stesso tavolo tre partite, quella di critico e storico, quella di filosofo dell’arte e, soprattutto, nelle vesti di funzionario, quella di grandissimo esperto di restauro, dilettandosi poi in piacevoli narrazioni dei propri viaggi. A riaprire il “caso”, è la pubblicazione di un volume di saggi ed articoli da parte dell’editore Sette Città di Viterbo.

Emilio Cecchi, nel 1953, in una recensione a La fine dell'avanguardia e l'arte d'oggi di Cesare Brandi, si lasciava andare a questa notazione conclusiva: il libricino poteva sicuramente strutturarsi con maggior simmetria, ribadire i nessi e fermare i contrasti con un segno più marcato e dottrinario, ma la perdita, con ogni probabilità, sarebbe stata più grande del guadagno. Cecchi non aveva dubbi: "nell’immediatezza del tono, nella rapidità del dettato, nell’andirivieni delle argomentazioni", questo lavoro risultava senz’altro come "uno dei panorami più vivaci, veritieri e suggestivi della crisi attuale per ciò che riguarda le cose della letteratura e dell’arte".
Non cito a caso, e per fini di ordine encomiastico, il lusinghiero giudizio del grande critico: vi si possono infatti ricavare alcuni dei tratti che definiscono con esatta misura la personalità del Brandi scrittore. È sempre più vero: a quasi dieci anni dalla morte, quel che di Brandi resiste meglio non è il profilo di filosofo dell’arte, che comunque non mancò di vigore e tempestività, ma quello più affidabile del poligrafo, di curiosità spasmodica, di intelligenza incredibilmente prensile. Non foss’altro perché i risultati più originali e duraturi vissero e vivono tutt’ora nell’ambito della critica per così dire applicata, in quella pratica del restauro che, veramente, ha dell’eccezionale. Non sarà inutile comunque, ripercorrerne in velocità la più saliente bibliografia.
Indimenticabili e decisivi, per perimetrare la zona di interessi del critico e dello storico dell’arte, restano Morandi (1942) e Quattrocentisti senesi (1949), ad inaugurare quel percorso di avida ricognizione che si organizzerà, semplificandosi, negli Scritti sull’arte contemporanea (1977-’79) e nei disegni relativi alla pittura (1980) e all’architettura italiana (1985). Vasta e articolata, sorprendente per l’escursione della temperatura stilistica, l’opera teorica: basterebbe pensare ai libri di maggiore impegno scientifico e acribia, come la fondamentale Teoria del restauro e le meno felici Struttura e Architettura (1997) e Teoria generale della critica (1974), o come i volumi estrosi e audaci, di calcolatissimo e raffinato anacronismo, che recuperano la forma del dialogo platonico, intendo Celso o della poesia (1957) e Carmine o della pittura (1945), che fù favorevolmente notato da Croce e in cui Contini ravvide il trattato d’estetica più importante della prima metà del secolo dopo il capolavoro crociano.
Bisogna ricordare poi il formidabile scrittore di ventura dei libri di viaggio, quello del Viaggio della Grecia Antica e di Città del deserto (1954), di Sicilia mia (1989) e Terre d’Italia (1991): siamo di fronte a pagine ove i dati di un’erudizione sterminata si dispongono su uno spartito capace di passare con facilità da un adagio ad un allegretto.
Ho accennato ad una qualche infelicità di opere come Teoria generale della critica: non voglio certo dimenticare il valore filosofico di concetti come flagranza e astanza che qui vengono fondati in relazione allo statuto dell’opera d’arte. Voglio solo osservare che il libro, dentro un’orizzonte fenomenologico, e in una prospettiva trascendentale, rielabora categorie sostanzialmente inscrivibili o ad un’anagrafe tra cantiana ed heideggeriana: e heideggeriana è certamente quell’inclinazione all’aspra sintesi ed all’arduo vocabolario.
Mi pare, insomma , che il testo abbia un valore più documentale che teorico, che valga insomma quale precoce avvertimento della crisi delle ipotesi scientifiche avevano caratterizzato la stagione strutturalistica: e ciò, nell’auspicio senz’altro condivisibile di una critica che s’ancorasse di nuovo al giudizio di valore.
Non è questo, dunque, il Brandi migliore: basta sfogliare, infatti, le pagine dei dialoghi, del Carmine o del Celso, per rendersi conto di come la prosa, rinsanguandosi, approdi a ben altri traguardi, non solo di stile. Perché è questo il punto: non si potrà mai restituire un ritratto di Brandi senza tenere conto del fatto che egli giocò sullo stesso tavolo tre partite, quella di critico e storico, quella di filosofo dell’arte, quella di funzionario, soprattutto quale fondatore e direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro. Nella cultura italiana, un caso più unico che raro.
A riaprire il caso Brandi, e a declinarlo nel verso che mi sembra il più giusto, è un piccolo ed elegante editore di Viterbo, l’editore Sette Città, con i saggi e gli articoli raccolti nel volume
In Situ, curato da Paolo Antinucci. E si dice Viterbo non per vezzo di geografia: questa è infatti la città ove si conservano gli affreschi di Lorenzo da Viterbo e la pietà di Sebastiano dal Piombo. Proprio i capolavori che il Brandi restaurò: un’esperienza da cui nacquero, appunto, i due scritti qui raccolti insieme per la prima volta, e che costituiscono l’atto di nascita della moderna teoria del restauro, quella ormai riconosciuta ed applicata in quasi tutto il mondo.
Li seguono altri dieci articoli, tra il 1946 e il 1979, due dei quali assolutamente inediti, che ripristinano il più suggestivo Brandi viaggiatore:di particolare pregio quello che s’incanta di fronte alla Tomba degli Atleti di Tarquinia. Ma non creda, il lettore, che la relazione tra i primi due fondamentali interventi e i successivi sia esclusiavamente il fatto di esser tutti dedicati alla Tuscia e al suo patrimonio artistico. La relazione è ben più profonda e stà nel rapporto che c’è, se così si può dire, tra teoria a e prassi critica. Ha ragione Antinucci in una sua decisa sottolineatura: nella peculiarissima forma mentis di Brandi, la forma del restauro pare davvero indispensabile "per avvicinarsi a svelare l’esteticità dell’opera d’arte".
Questo, dunque, il valore aggiunto che il volume sembra poter vantare rispetto agli altri libri di viaggio di Brandi: il fatto di mostrare appunto, nel corpo vivo dell’interpretazione, che il restauro, metodologicamente parlando, possa rappresentare la via più dritta al giudizio critico, nei suoi due fondamentali momenti di descrizione e valutazione. Antinucci aggiunge pure un interessante paragone tra la tecnica del restauro e la filologia letteraria: e fa il nome assai stimolante di Contini. Ma questo sarebbe più largo e impervio discorso.

Dal Corriere di Viterbo del 19 gennaio 1997

L'arte del restauro è nata nella Tuscia

In situ di Cesare Brandi presentato alla chiesa di S. Maria della Verità.
Il libro è stato curato da Paolo Antinucci
.


di Rolando Mastrogregori

Pomeriggio di cultura nella chiesa di S. Maria della Verità. L’occasione è stata offerta dalla presentazione del libro In Situ di Cesare Brandi, curato da Paolo Antinucci ed edito da Sette Città. Erano presenti, oltre al curatore, l’assessore provinciale alla Cultura Francesco Mattioli, l’assessore comunale alla Cultura Giuseppe d’Angelo, il professor Massimo Carboni dell’Università e il dottor Federico Della Corte (in rappresentanza dell’indisposto prof. Aldo Rossi) dell’Università di Siena, città natale di Brandi.
Il libro nasce intorno alle opere di Lorenzo da Viterbo e Sebastiano del Piombo, due protagonisti eccezionali del patrimonio della Tuscia. Cesare Brandi, grandissimo critico d’arte italiano scomparso nell’88 e noto per aver fondato nel ’39 l’Istituto Centrale per il Restauro, conobbe queste perle artistiche della Tuscia e lasciò alcuni scritti in merito. I codici del restauro, nitidamente espressi dal Brandi e posti a fondamento della moderna teoria applicata in tutto il mondo, presero le mosse dagli studi che il critico fece sui dipinti custoditi nelle chiese della Tuscia. Il valore tecnico dei restauri effettuati a Viterbo è stato infatti definito leggendario da più parti. L’affresco di Lorenzo da Viterbo Sposalizio della Vergine, che si trova nella Cappella Mazzatosta della chiesa in cui è avvenuta la presentazione, è il caso più eclatante descritto da Brandi. I bombardamenti della guerra lo distrussero in più di ventimila frammenti, alcuni dei quali non arrivavano nemmeno alla grandezza di un quarto di centimetro quadrato. L’opera di restauro fu quindi una lotta contro l’impossibile. Importante anche lo scritto di Brandi che riferisce sul lavoro di restauro della Pietà di Sebastiano del Piombo, nota per essere l’unica esistente in notturna.
Le doti di filologo e critico di Brandi sono state elogiate dall’assessore Mattioli che ha condiviso in pieno l’intenzione di non lasciar morire il patrimonio artistico della Tuscia. “Non tutti i beni della nostra Provincia – ha detto – sono conosciuti e protetti quanto meriterebbero. Si deve approfittare di queste occasioni per diffondere alcuni aspetti della cultura viterbese poco noti. Mi rallegro quindi per la possibilità di portare questi problemi all’attenzione di un uditorio così attento e sensibile all’arte”.
Per il Comune, l’intervento è stato dell’assessore D’angelo che ha espresso una speranza: “Il destino degli Amministratori è di essere attori passeggeri, che restano in carica solo per poco tempo. L’arte invece deve resistere agli anni. Mi auguro perciò che i politici dopo di noi, cercheranno di seguire la strada che abbiamo intrapreso”. Si è poi soffermato sulla ristrutturazione in corso a Palazzo dei Priori: “Vogliamo riportare la sala Regia e le altre stanze agli antichi splendori. Gli Enti Pubblici non servono solo a tirare fuori i soldi, devono anche avere un ruolo attivo nella scelta e nel patrocinio della cultura. Antinucci in questo è riuscito ad avvicinarsi alla politica nella maniera migliore, spingendola ad intervenire non per motivi economici, ma per compiere un vero atto d’amore verso la città. Non dimentichiamo che questo libro è stato stampato dall’editrice Sette Città, in via Mazzini, quindi nel cuore di Viterbo”.
Sul Brandi restauratore Federico Della Corte ha spiegato: “Egli aveva capito che prima di intervenire per un restauro bisogna disporsi all’ascolto per sentire la voce attraverso la quale il presente ci parla del passato, raccontandocelo”.

Dal Corriere di Viterbo dell'8 dicembre 1996

Sebastiano del Piombo e Lorenzo da Viterbo "visti" da Cesare Brandi


di Giuseppe Rescifina

In Situ – La Tuscia 1946-1979: restauri, interventi, ricordi di Cesare Brandi, edito da “Sette Città” e curato da Paolo Antinucci, riapre a Viterbo il capitolo delle pubblicazioni d’arte, raffinate e con dovizia di documentazione e rende giustizia a due grandissimi dell’arte italiana, Lorenzo da Viterbo (nato intorno al 1444 e morto in data imprecisata, comunque in giovane età) e Sebastiano del Piombo, artista cinquecentesco, autore della bellissima Pietà che è possibile ammirare nel Museo Civico.
Il volume contiene dodici testi di Cesare Brandi (Siena 1906 – Vignano 1988), uno dei massimi esperti dell’arte italiana, critico del “Corriere della Sera”, oltreché docente presso le Università di Palermo e Roma e prende l’avvio dal catalogo della mostra dei frammenti ricostituiti di Lorenzo da Viterbo e il restauro della Pietà di Sebastiano del Piombo. Ed è proprio in fatto di restauri che Brandi – come giustamente evidenzia Antinucci – pone il suo interesse, visto che le tecniche moderne costituiscono elemento propedeutico per un discorso innovativo (o addirittura rivoluzionario) della materia. L’opera si muove su due fronti: il primo praticamente esplicativo con particolare riferimento agli autori e all’opera di restauro, quest’ultima prevalentemente concentrata sulla Pietà di Sebastiano del Piombo; l’altro documentario con l’aggiunta della “Carta” del restauro.
Ma più di ogni altra cosa il volume di “Sette Città” costituisce un importante viatico per chi, in materia di patrimonio artistico-storico-culturale non si ferma alla semplice visita o ad una sommaria nota informativa. Scorrono, con la capacità critica di cui Brandi era notoriamente in possesso, davanti agli occhi del lettore anche un primo emozionante sguardo alla tomba etrusca degli Atleti, ma anche e soprattutto la rigorosa analisi fatta dall’esperto in occasione del violento sisma che colpì Tuscania che una nota abilmente sintetizza: “Dopo avere rimosso le opere d’arte mobili, vietato l’ingresso alla città, evacuati gli abitanti, lo Stato si è fermato. Se non si vogliono far crollare i monumenti ancora in piedi, occorre puntellarli tutti e dare carta bianca e fondi ai restauratori” si leggeva sul “Corriere della Sera” del 7 Marzo 1971, ad un mese esatto dal terremoto.
In appendice il curatore pubblica tre testi che costituiscono l’ideale completamento della forma mentis di Cesare Brandi. E basta leggere che “il Lazio è la regione più ignota d’Italia” pur essendo – al di fuori di Roma – “una regione bellissima e misteriosa, antica, come l’Universo e la Razza Umana” per rendersi conto che Brandi accomunava la voglia di conoscenza a quella di portare questa sua conoscenza agli altri. Un “altruismo culturale” che spesso non paga. A corredo del volume una serie di immagini a colori di intensa capacità espressiva. Un giusto omaggio alla terra che ancor’oggi produce arte e artisti.


LUIGI P. PUGLISI
Brandi – Teoria generale della critica

Cesare Brandi, Teoria generale della critica, Editori Riuniti, Roma 1998, pagg.366, Lit. 45.000
Il 26 giugno 1966 alla libreria Feltrinelli di Roma Giulio Carlo Argan, Emilio Garroni e Roland Barthes presentano il libro Le due vie, scritto da Cesare Brandi. Il libro affascina, ma solleva anche numerose polemiche e interrogativi. La sua tesi principale, secondo la quale nell' opera d' arte ogni significato è irrilevante, scontenta infatti sia i seguaci della scuola di iconologia Panofskiana secondo i quali è essenziale, attraverso lo studio delle forme e i loro valori simbolici, risalire al significato dell'opera, sia gli strutturalisti secondo i quali l'opera d'arte è un insieme significativo di segni da decodificare tramite un approccio semiotico. Evidenziando le ragioni di questi ultimi, interviene Barthes. Certo- ammette - l'arte ha una sua propria semiotica, in parte vuota, in parte paradossale. Ma negandole ogni significato, si nega all'opera il suo ruolo di palcoscenico nello "spettacolo del segno", e così facendo la si svuota di fatto di ogni funzione.
Nel 1974 Brandi ritorna sui temi trattati ne Le due vie, con Teoria generale della critica, una summa del proprio pensiero dove, come dice il risvolto di copertina, l' Autore opera "una sintesi di linguistica e estetica, di strutturalismo e di fenomenologia".
Ribadisce il proprio punto di vista: l'arte si pone prima del momento riflessivo, arrestandosi a presentare l'oggetto per quello che è, nel suo essere così e non altrimenti o, per dirla con la terminologia brandiana, nella sua astanza.
Brandi insiste molto su questa parola "astanza" di sua invenzione, caricandola di valore (l'arte - dirà più volte- é l'epifania stessa dell'astanza) e distinguendola da un altro termine che -seppure ripreso dal vocabolario- è da lui riconcettualizzato: "flagranza". La flagranza, spiegherà, è il darsi della realtà come puro momento percettivo. E' l'oggetto che sentiamo con i nostri sensi e che non abbiamo ancora concettualizzato (da qui forse la scelta di un termine quale "flagranza" che fa balenare alla mente l'immagine dell'oggetto colto nell'atto di presentarsi). L' astanza, diversamente dalla flagranza che è esperienza allo stato puro, presuppone una struttura sottostante, un darsi del reale come insieme di relazioni e, quindi, di differenze reciproche. Prendiamo un quadro: compariranno dei colori, ognuno dei quali ha un valore differenziale che lo individua dagli altri e lo relaziona al tutto. Oppure un'architettura dove il peso dei pieni è relazionato a quello dei vuoti, dove l'interno è definito dall'esterno e viceversa. L'astanza , in quanto sistema di differenze, è quindi analizzabile. Ed ha delle affinità con il nostro linguaggio che è anch'esso un sistema di differenze strutturato. Ma mentre i segni del linguaggio si differenziano per significare e quindi, in ultima istanza, per produrre concetti, quelli dell'opera d'arte si differenziano per essere quel che essi sono, cioè per produrre forme.
Dietro la teoria di Brandi non è difficile intravedere la fenomenologia husseliana e il suo sviluppo heidegeriano. E non è casuale che uno dei principali interlocutori di Teoria generale della Critica sia il Derrida che in quegli anni metteva a punto la sua filosofia decostruttiva basata sui concetti chiave di differenza e di assenza. L' astanza, considerata da questo punto di vista, non è altri che una brillante innovazione linguistica per ricentrare l'arte su valori che emergono , non dalla pienezza del significato, ma dalla sua assenza; non dal contenuto ma dal silenzio, sia pur fragoroso, di ciò che si dà come essente.
Ma al di là della lettura fenomenologica del pensiero di Brandi è interessante notare che il formalismo assoluto da lui propugnato ha avuto il merito di contrapporsi alle banalizzanti ricerche contenutistiche, storicistiche e scientifico-realiste contemporanee alla sua ricerca; anche a quelle più acute e tolleranti di Galvano Della Volpe, basate sull'apertura del testo artistico alla ambiguità e alla molteplicità dei significati. Inoltre la ricerca di Brandi ha anche avuto il merito di mettere a nudo l'inconsistenza di tante teorie che, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, cercarono di ridurre l'arte e , in particolare, l'architettura a un linguaggio simile a quello verbale, attraverso un insieme di formule riprese di peso, e senza le opportune mediazioni, dalla linguistica e dallo strutturalismo : per esempio stabilendo stretti parallelismi tra la doppia articolazione del linguaggio verbale e i segni denotati e connotati dell'opera d'arte o tra il linguaggio stesso e gli ordini architettonici.
L'estremo formalismo brandiano, sin dal suo apparire, è stato oggetto di silenzi imbarazzati e di critiche, anche aspre. Manfredo Tafuri, per esempio, in Teorie e Storia dell' Architettura, lo accusa di neoidealismo metafisico, misticheggiante. E accomuna Brandi a Bettini. L'accostamento è profetico, se non altro in negativo. I due critici, che hanno comuni radici husserliane, saranno presto dimenticati; e continueranno a esserlo anche verso la fine degli anni ottanta e l'inizio dei novanta, quando la fenomenologia, attraverso il decostruttivismo, ritornerà di gran moda. Oggi, a distanza di tempo, e con apparati concettuali resi più solidi dalla metabolizzazione sia delle ricerche linguistiche che della fenomenologia, può essere, invece, giunto il momento di rifare i conti con il loro pensiero.

 

 
 " astanza" per indicare l' irriducibilità dell'opera a qualunque contenuto che non sia il suo essere "qui" e "ora". ( Brandi )
 " aura"     hic et nunc dell'opera, per indicarne l' originalità, l'unità, l'autenticità, l'irripetibilità, l'esclusività di godimento estetico ( Benjamin )
 

IL DIBATTITO SULL'AUTENTICITÀ


Jukka Jokilehto


L'autenticità è stata oggetto in questi due ultimi anni di fecondi dibattiti internazionali, forse perché la conservazione del patrimonio culturale si estende ora a tutte le regioni culturali del mondo. Poiché l'autenticità figura fra gli elementi essenziali richiesti per l'iscrizione dei siti sulla lista del patrimonio mondiale, è stato deciso dio esplorare questo concetto in modo più approfondito. Sulla scia dell'Assemblea generale dell'Icomos del 1993, si sono tenute riunioni nel 1994 a Bergen, Nara, Napoli e nel Canada, mentre altre si sono tenute nel 1995 in Finlandia, in Polonia e nella Repubblica Ceca. la prossima Assemblea generale dell'Icomos proseguirà il dibattito entro il 1996.

La Carta di Venezia del 1964 è divenuta un punto di riferimento normativo per le politiche di conservazione, essa non definisce però chiaramente "l'autenticità", che viene menzionata solo una volta nella premessa dove si afferma che, trattandosi di monumenti antichi, dobbiamo trasmetterli nella piena ricchezza della loro autenticità. Il concetto era dunque dato per ovvio benché nessuna definizione più precisa figurasse in questo testo. Nel 1993, il Prof. Raymond Lemaire, relatore alla riunione di Venezia, ha proposto un'analisi stimolante del senso dell'autenticità per lanciare il dibattito in corso e tale studio è figurato in buona posizione fra le esposizioni tematiche presentate a Bergen, Napoli e Nara nel 1994. Lemaire stesso a propone l'adozione, nel contesto del patrimonio culturale, del concetto di autenticità piuttosto che di quello di integrità.

Autenticità e integrità
Ma che cos'è esattamente l'autenticità rapportata al patrimonio culturale e come si può valutare? Per alcuni si tratta di una categoria di valore, per altri, no. A Nara la risposta è stata: l'autenticità non dove essere intesa come un valore del patrimonio; al contrario, la nostra capacità di comprendere questi valori dipende dal grado di validità, e dunque di autenticità, accordato alle fonti d'informazione attinente. Per figurare sulla lista del patrimonio mondiale, un sito deve passare un test di autenticità che verte su quattro aspetti: la progettazione, i materiali, l'esecuzione e l'ambiente. Questo test si fonda sulla pratica americana di definizione dell'integrità di un bene in vista della sua iscrizione sul Registro nazionale dei luoghi storici, e cioè dell'importanza del bene, basata su sette parametri in varie combinazioni fra di loro: luogo, progettazione, quadro, materiali, esecuzione, immagine, associazione.

Fra questi parametri, il luogo contribuisce a definire perché il bene è stato creato e perché è avvenuto qualcosa in quel luogo; l'ambiente è strettamente legato al luogo, ma si riferisce al carattere del luogo e al suo contesto (topografia, vegetazione, particolarità dovute all'uomo, rapporto con altre caratteristiche o spazio libero) nonché al modo in cui si integra con l'ambiente circostante. La progettazione è la combinazione degli elementi che creano la forma, il piano, lo spazio, la struttura e lo stile di un bene. Essa risulta da decisioni coscienti fatte nel corso dell'elaborazione originale e della pianificazione (o da modifiche importanti), e fa intervenire delle attività anche diverse dalla pianificazione comunitaria, come il disegno tecnico, l'architettura e la gestione del paesaggio. La concezione comprende l'organizzazione dello spazio, la proporzione, la scala, la tecnologia, l'ornamento e i materiali. I materiali sono gli elementi fisici che sono stati combinati o deposti per un periodo di tempo particolare e secondo un piano o una configurazione specifica da costituire un bene storico. L'esecuzione è la testimonianza concreta della capacità di una cultura o di un popolo particolare durante un dato periodo della storia o della preistoria. L'immagine e l'associazione si esprimono nel senso estetico o storico che emana dal bene o nei rapporti con importanti avvenimenti o personalità della storia. La valutazione dell'integrità comporta la definizione delle caratteristiche fisiche essenziali e la loro visibilità, la comparazione con altri beni simili e la definizione dell'essenzialità di ciascun aspetto nell'importanza attribuita all'insieme. (Queste definizioni dell'integrità sono tratte dal Registro nazionale americano).

L'origine dell'autenticità
La preoccupazione relativa all'autenticità non è nuova: nel medioevo, il concetto era relativo all'autenticazione legale dei testi, poi è stato gradualmente esteso agli oggetti. L'autenticazione di reliquie di santi (legata al loro acquisto o al furto) è divenuta una questione di prestigio e anche una questione politica, in ragione delle incidenze economiche dei potenziali pellegrinaggi. Questa connotazione giuridica è ancora valida in determinate culture, come nel mondo arabo, dove si riferisce principalmente alla legge religiosa e nel Buddismo, dove riguarda l'autenticità del messaggio di Buddha.

Per un'opera d'arte, un monumento o un sito, l'autenticità può essere intesa come una misura della veracità dell'informazione, che definisce l'importanza del patrimonio. Cesare Brandi, nella sua teoria del restauro, stimava che ci fossero due aspetti principali nella definizione di un'opera d'arte: la sua creazione e la sua storia. La creazione consiste nel processo mentale e nella costruzione fisica che hanno per risultato l'esistenza dell'opera. La storia comprende gli avvenimenti importanti che definiscono l'opera nel tempo - modifiche, cambiamenti, e invecchiamento - elementi che fanno tutti parte della realtà attuale. Così, l'autenticità nella conservazione del patrimonio culturale può essere definita come una verifica della veracità dell'unità interna del processo creativo e della realizzazione fisica dell'opera, così come degli effetti del suo passaggio attraverso i tempi storici.

Un terzo punto non trascurabile da esaminare verte sulla diversità dei giudizi di valore nelle varie culture-le dimensioni sociali e culturali che definiscono il senso dato al patrimonio nel suo contesto. Infatti, il documento di Nara sull'autenticità si è probabilmente interessato più a tale questione che alla definizione dell'autenticità propriamente detta. Man mano che progredisce l'interesse alla protezione, alla conservazione, al restauro e all'eventuale ripristino di elementi molto diversi del patrimonio culturale, si risente il bisogno di cercare il modo di definire le politiche di conservazione in rapporto alla diversità delle tradizioni e dei valori culturali nelle varie società. L'imprecisione della Carta di Venezia costituisce una difficoltà, benché offra degli orientamenti che l'Icomos utilizza per valutare gli elementi da inscrivere nella lista del patrimonio mondiale quando occorra applicare un test di autenticità.

Il processo creativo
Il primo direttore dell'istituto italiano di restauro, Cesare Brandi, ha redatto una serie di dialoghi filosofici nei quali si sforzò di definire l'arte sotto qualunque forma. Con Giulio Carlo Argan, egli ha avuto un'influenza considerevole sullo sviluppo della filosofia italiana dell'arte nel dopoguerra. Senza essere un adepto del modernismo, Brandi non accettava la definizione convenzionale delle opere d'arte, sia antiche che moderne. La sua linea consisteva piuttosto nel distinguere chiaramente tra le opere che risultano da un processo creativo e quelle dove questo non v'interviene. Il processo creativo si compone di tappe dalle quali passa l'artista quando inizia qualunque soggetto. Un'immagine viene colta nella sua coscienza e si forma un'immagine che si materializza finalmente nell'opera d'arte. L'immagine mentale dell'artista è "realtà pura", nel senso che essa è distinta dalla "realtà" del mondo concreto. Così, anche un ritratto non dev'essere colto come una riproduzione o una "conformazione" del modello, perché esso è realizzato dall'artista in riferimento alla "realtà pura" formata nella sua mente. Il legame tra il modello originale e l'immagine in quanto "realtà pura" è per così dire interrotto e si forma un nuovo rapporto, una unità interna del processo creativo, tra l'immagine e la realizzazione materiale dell'opera in quanto opera d'arte.

In architettura, non c'è bisogno di modello nella natura, in quanto l'immagine si forma direttamente nella mente dell'architetto. Brandi suggerisce che gli architetti del Rinascimento italiano coglievano gli elementi di architettura antica (colonne, capitelli) come delle "parole" che potevano essere reinterpretate nel quadro di un nuovo linguaggio. Così, il "Rinascimento non è la riapparizione dell'architettura classica, ma piuttosto la nascita di una nuova architettura che s'ispirava all'antichità".

Analizzando il senso artistico dello stile e dell'architettura moderni, possiamo riferirci al processo creativo quale descritto da Brandi nel contesto dell'arte e dell'architettura, benché abbia avuto personalmente delle riserve per quanto concerne le opere moderne. La sua idea dell'unità interna del processo creativo - dall'immagine mentale alla realizzazione materiale di un'opera - può sembrare applicabile ad un quadro più ampio dell'opera d'arte propriamente detta. Comprendere questo processo sta egualmente alla base di una comprensione critica dell'autenticità di un'opera e dell'identificazione delle sue qualità essenziali ai fini di eventuali interventi di restauro e di conservazione. Questo processo critico sembrerebbe valido non solo per la valutazione di edifici isolati, ma anche per intere zone urbane o rurali e per paesaggi culturali.

Legami con la cultura
Per Brandi, il processo creativo non dipende né dai tempi né dalla cultura. Si potrebbe prendere questo parere nel suo senso astratto, ma anche aderire al concetto di Kunstwollen di Alois Riegl, che ritiene che un'artista faccia parte della sua cultura e che il modo in cui guarda e percepisce gl'impulsi dipenda dal contesto sociale e culturale. Inoltre, ciascuna creazione contribuisce essa stessa a questo contesto. Il documento di Nara riconosce questi legami spaziali e temporali.

Le concezioni attuali dell'autenticità, al di là delle connotazioni giuridiche, sono evolute con la società moderna, e in particolare dal XVIII secolo, caratterizzato dalla ricerca di nuove fonti d'ispirazione man mano che si entrava nell'era industriale. Queste fonti sono state trovate nelle creazioni poetiche e artistiche di coloro che avevano conservato una "fertilità" creativa nelle loro tradizioni. L'interesse è stato stimolato dallo sviluppo parallelo di una nuova coscienza storica: il riconoscimento del carattere specifico e dell'identità di ciascuna cultura così come la necessità di giudizi di valore per riflettere i contesti culturali e temporali.

Sta proprio qui il fondamento della società pluralista moderna, con il suo nuovo concetto di universalità. Nel passato, l'universalità si riferiva spesso a modelli e ideali stimati validi per tutti; dal XVIII secolo, questi modelli sono stati rimessi in discussione e una nuova base è stata definita per verificarne la veridicità in rapporto alla realtà culturale e fisica di ciascuna cultura. Sicché, il patrimonio culturale può affermare la propria universalità nel senso che è l'espressione autentica dei valori della cultura interessata. Questa teoria costituisce egualmente il fondamento della Convenzione del patrimonio culturale.

A partire da queste riflessioni, viene proposto per commenti e osservazioni il progetto di definizione seguente (preparato da J. Jokilehto e H. Stovel) allo scopo di formulare il concetto di "autenticità" ai fini della valutazione del patrimonio culturale e della sua preservazione.

* Un sito del patrimonio culturale dovrebbe conservare un alto livello di autenticità per attributi significativi che definiscano il suo valore: materiali/sostanza, forma/concezione, tradizione/tecniche, funzione/utilizzazione, ambiente/contesto e/o altri attributi compatibili con lo spirito del documento di Nara.
* L'autenticità nella conservazione del patrimonio culturale è una misura della veridicità dell'unità interna del processo creativo e della realizzazione concreta dell'opera, nonché degli effetti del suo passaggio attraverso un periodo storico.
* Il patrimonio culturale ha un carattere universale nel senso che è un'espressione spontanea dei valori della cultura interessata. L'identificazione dell'autenticità assicura insieme il pieno apprezzamento dei valori del patrimonio, i mezzi attraverso cui si manifestano e le indicazioni sul trattamento di conservazione più appropriato. Ciò si applica a tutte le forme del patrimonio culturale (diversità del patrimonio) e a tutte le espressioni regionali (diversità culturale).
* Una struttura storica che ha acquisito dei valori culturali riconosciuti allo stato di rudere dovrebbe essere rispettata come la testimonianza di una cultura scomparsa. Ogni ricostruzione dovrebbe essere interpretata come un lavoro nuovo; essa dovrebbe essere limitata in rapporto all'insieme storico e intrapresa unicamente in casi eccezionali. Dovrebbe sempre fondarsi su una ricerca scientifica e una documentazione valida, mai sulla base di supposizioni.
* L'identificazione dei trattamenti appropriati per conservare ed esplicitare i valori del patrimonio esige la definizione di indicatori per ciascun gruppo di attributi che definiscono i valori. Un alto livello di autenticità per un monumento o un sito particolare impone che l'autenticità sia presente ad un livello significativo e in maniera equilibrata nell'insieme degli attributi proposti qui di seguito. In materia di patrimonio culturale, i cui valori sono principalmente associativi o definiti in relazione a dei valori sacri o spirituali, la valutazione dell'autenticità può richiedere di allargare questi gruppi ad altri campi.
* Materiali/sostanza: La prova di autenticità risiede qui nel grado in cui la struttura esistente rappresenta veramente le fasi importanti della costruzione, così come le impronte lasciate dal tempo e dall'utilizzazione. L'oggetto del trattamento è il prolungamento della durata di vita dei materiali e delle strutture di origine, la conservazione nella loro posizione iniziale nella costruzione e sul sito (in situ), la preservazione del valore conferito dall'età (patina) del bene e la conservazione delle tracce materiali della sua storia, della sua utilizzazione o dei suoi cambiamenti attraverso il tempo.
* Forma/concezione: la prova di autenticità si trova qui nel grado in cui le componenti esprimono delle forme architettoniche, artistiche, funzionali e/o tecniche importanti per il monumento o per il sito. Lo scopo del trattamento è di preservare le componenti materiali autentiche là dove il piano è manifesto; la restaurazione, la reintegrazione o l'anastilosi sono realizzabili nei limiti dell'integrità documentata e dell'unità potenziale del monumento.
* Tradizione/tecniche: la prova di autenticità si trova qui nella presenza di intenzioni e di pratiche tradizionali nei siti occupati dall'uomo e nei paesaggi culturali, caratterizzati dalla fragilità dei materiali (canne, fango, terra battuta, mattoni di terra e legno) che richiedono una manutenzione continua, delle riparazioni, delle sostituzioni di elementi, così come dai modi di uso del territorio che conferiscono al luogo un'integrità e una qualità spaziale. Lo scopo del trattamento è di favorire la continuità di queste tradizioni valorizzandone il significato.
* Funzione/utilizzazione: la prova di autenticità si trova qui nel grado di continuità degli utilizzi originali o caratteristici degli edifici e delle zone storiche. Una zona storica e i suoi dintorni costituiscono un insieme coerente che comprende delle attività e delle costruzioni connesse; il mantenimento delle utilizzazioni originali o compatibili minimizza l'impatto negativo sull'autenticità. L'impiego sotto forma di museo o a fini turistici costituisce una nuova funzione che può avere un'incidenza negativa sull'autenticità stessa anche se assicura la conservazione di collezioni e migliora la presentazione dei siti al pubblico.
* Ambiente/contesto: la prova di autenticità si trova qui nell'integrità del rapporto tra l'elemento del patrimonio culturale e il suo contesto fisico o i suoi dintorni. Il trattamento di un sito dovrebbe rispettare i valori che caratterizzano il legame tra il sito e il quadro. La preservazione di un monumento in situ è generalmente un elemento essenziale del mantenimento di questi valori.

(Fonte: ICCROM)

TEORIE: Poesia e luoghi mentali. Saussure al limbo.

DI GIO FERRI

1. È vero! Della storia della famosa triade linguistica (significante, significato, referente) non se ne può più! Ma se prendiamo per mano Saussure, con l'aiuto di Cesare Brandi (la cui specificità critica appare ormai ingiustamente un poco in ombra), e lo conduciamo al limbo, forse si possono attivare, in qualche modo, inedite relazioni. Proviamoci.

2. Che la triade sia insufficiente ad indirizzarci correttamente al luogo della poesia lo sanno anche i bambini. Dopo, ed è passato tanto tempo ormai (perciò qualche adulto, a ragione dell'età, se lo dimentica), che alcuni non ingenui linguisti (come, per esempio, Martinet e Jakobson... per fare due nomi 'qualsiasi'!) ci hanno spiegato che la lingua poetica tende per sua natura a funzionare al contrario del linguaggio corrente, giacché il discorso poetico è significante in sé in quanto tale e non in quanto si riferisca a realtà e a contenuti esterni; che il linguaggio poetico rappresenta la violazione del codice normativo del discorso prammatico e utilitaristico, etc., etc....

3. Se la triade è insufficiente, ovviamente, dobbiamo attrezzarci con qualche altro marchingegno, per arrivare dove vorremmo arrivare. Cesare Brandi (ormai son cinquant'anni, ma pochi se ne dan per inteso), ricordandosi nientemeno di Aristotele, ha pensato di porre la triade di fronte all'ipotesi pregressa dello schema preconcettuale: lo spazio in cui, prima che inizi il conto temporale alla rovescia, ciò che va detto è ancora indicibile, ancorché concretamente concepito. Potremmo dire, forse, lo spazio della forma formantesi ma non ancora espressa, ancorché 'materialisticamente' formata.

4. Si può credere che da queste parti si debba incontrare la poesia autosignificante, anche (per rifare il verso a Duchamp, che proprio da queste parti, con il suo Grande Vetro, è andato a cercare la Sposa messa a nudo dai suoi celibatari, anche...). Ma dove si colloca mai questo spazio dello schema preconcettuale (sempre 'materialisticamente' parlando)? Se vogliamo presumere, dai molti indizi, che questo sia il luogo della poesia (anche), ricordandoci del sopra nominato Martinet, dobbiamo pensare che lo schema della triade (che, come la poesia, è fatto di un materiale detto 'parola') debba rispecchiarsi, per ritrovarsi al contrario. E come Alice di fronte allo specchio che tutto rovescia, ci chiederemo: che sapore avrà mai, al di là dello specchio, dove tutto è rovesciato, il latte del gattino? Lo schema preconcettuale potrebbe darci ragione allora del sapore del latte del gattino: là dove il sapore del latte è sì il sapore del latte, ma non è ancora il sapore del latte che sappiamo 'drittamente', utilitaristicamente descrivere (prima di convincere qualcuno a bersi il latte medesimo).

5. Si dà il caso che i neurofisiologi ci descrivano, ormai con certezza sperimentale, la mappa cerebrale. La situazione reale è assai più complessa, ma qui non posso che schematizzare bruttalmente, tuttavia, credo, senza clamorose inesattezze. Ecco allora che individuiamo (ma ciò è ben noto a chiunque legga... che so... le pagine cosiddette culturali del 'Corriere della Sera'...) la zona più interna (profonda)

il sistema rettiliano, magazzeno delle memorie ancestrali; la zona mediana,

il sisrtema limbico, magazzeno di tutte le nostre sapienze e di tuitte le nostre sensitività, sensualità, e quindi del nostro piacere; il cervello 'più giovane', logico, 'civile' (come la famosa 'corda civile' pirandelliana nel "Beretto a sonagli"),

la corteccia.

Il limbo sa tutto, e in sé è assolutamente autosufficiente (anzi è il deposito preziosissimo di tutto quello che c'è da sapere e da non sapere), ma, per gli altri, per chi sta 'fuori', non sa né leggere, né scrivere. La corteccia agisce ordinativamente e prammaticamente - esercitando non poche censure, che non piacciono per nulla alla poesia! - verso l'esterno per l'attivazione motoria e vibratile dei sensi, e dei rapporti sensuali, Ma tramite il suo lato prefrontale deve necessariamente (altrimenti sarebbe solo un hardware senza software) pescare nel limbo, o addirittura nel rettiliano, per conseguire il sentimento, la materia, l'energia necessari a identificarsi in empatia con altre entità.

6. Credete che non si possa trarre il parallelo:

rettiliano-limbo = schema preconcettuale = luogo della forma formantesi (che potremmo chiamare il non dicibile della poesia, epperciò il senso-in-significante della poesia medesima)?

Graficamente il parallelo si può concepire, ponendo (e guardandolo quindi a rovescio) il triangolo della triade davanti allo specchio della mente profonda in cui il 'realismo prammatico' della corteccia si rovescia nello stampo degli archetipi. Per quanto mi riguarda, l'operazione, che avremo occasione di approfondire nei capitoli futuri di questo colloquio telematico, mi aiuta a ribadire una mia maniacale distinzione fra comunicazione (attività utilitaristica e finalizzata della corteccia) e comunione (o coinonia, come dicevano i greci, 'relazione intima') - attività mediata dal limbo tramite la corteccia prefrontale.

7. [Vorrei qui registrare una recente - forse ancora non scritta - felice intuizione dell'amico Emilio Del Giudice, fisico e umanista, in relazione allo studio sugli 'infiniti' anagrammi dell'Infinito di Giampaolo Sasso - leggi "La dimostrabilità delle strutture anagrammatiche in poesia" negli atti del convegno "Letteratura e scienza", Milano 1993/1995. Pensa Del Giudice, preso atto degli schemi sopra ipotizzati, che la tensione rivoluzionaria paradossale rovesciata delle figure retoriche, il vortice che le stesse, ponendosi al contrario, scatenano indiscretamente (immoralmente) nella fissità ragionativa e manieristica del discorso prammatico, possano superare la barriera inibitoria della corteccia per smuovere le autonomie represse del limbo, attivando le potenzialità indicibili del piacere, che nel limbo ha il suo centro energetico. Dico del piacere che anche la psicoanalisi coniuga, fra l'altro, con la poesia].

8. Non posso giungere, per ora, che a una parziale conclusione. Che potrebbe apparire banale e ovvia se da più parti non si insistesse (incredibilmente) sulla poesia come mera comunicazione, senza fra l'altro analizzare sapientemente l'utilitaristico attributo, là dove la poesia è invece ormai riconosciuta come inutile in rapporto alla utilità strumentale del discorso prammatico quotidiano. Quel discorso che si affida tutto alla astrazione logica convenzionale e manieristica (troppo spesso, per propria utilità, menzognera) elaborata dalla corteccia, dopo il furto perpetrato nei magazzeni del nostro sapere e della nostra sensibilità. Una conclusione, questa, appunto al contrario rispetto alle (ir)ragioni del senso comune, il quale, ingenuamente o furbescamente, crede che l'arte e la poesia siano invece esse delle astrazioni convenzionali, e la ragione, di contro, prodotta utilitaristicamente dalla corteccia (per mantere artificiosi rapporti di buon vicinato con l'esterno) sia la verità oggettuale, in quanto 'logica' (secondo sempre un contratto che la cosiddetta 'civiltà' si impone, ci impone per mantenere l'ordine oppressivo ed emarginare le ragioni naturali della sensualità limbica).

Natura morta, 1963

Per questa Natura morta, che ritengo essere uno dei raggiungimenti più alti dell'arte morandiana, mi piace ricordare le parole di Cesare Brandi, che nel suo ultimo saggio, quello scritto per l'antologica spagnola del 1984, tenta quell'analisi dell'ultimo Morandi cui pochissimi fino ad allora si erano interessati, e quelle di Werner Haftmann, con questa riflessione in pratica conclude il suo affascinate contributo al catalogo della Mostra del centenario.

Dice Brandi: "nell'ultimo quinquennio della sua vita, circa dal 1959 al 1964, sembrò che la pittura di Morandi fosse cambiata o in procinto di cambiare [...]. La sicurezza di quelle straordinarie pennellate, così straordinarie come quelle di Velázquez (che, da vicino, non si vede niente) assicura, se mai si potesse revocare in dubbio, che le doti di pittore di Morandi arrivarono fino alla pittura più pittura, fatta di tocco, di pennellate di striscio, senza che si perdesse una stilla di quella meravigliosa sostanza cromatica, che era spazio luce e colore allo stato fluido come un profumo o un liquido etereo" (cat. cit., Madrid-Barcellona, 1984-1985, p. 24).

Aggiunge Haftmann che "il processo di saldatura tra l'osservazione e la risposta della riflessione plasmante, si rafforza nella sua opera tarda per l'accrescimento del vigore meditativo, come spesso si contrasta nella produzione tarda di grandi pittori, in Rembrandt o in Cézanne per esempio" (cat. cit., Bologna 1990, p. 28).

"Meravigliosa sostanza cromatica", "accrescimento di vigore meditativo"; poche opere come questa possono rispondere compiutamente alla domanda sempre presente in ogni ammiratore di Morandi, su come possano convivere in lui una natura così totale di pittore e un atteggiamento mentale così ardito, teso a una ricerca sul campo che è traduzione in immagini della sua limpida speculazione dell'intelletto.

Sulla tela ciò che era soltanto giustapposto, ora si va fondendo a pare che le forme, nate per un attimo dalle sabbie del fondo, posano in questo riassorbirsi per lasciar emergere altre presenze. Gli oggetti vanno aprendosi e tra di essi circola un respiro leggero che trasforma la polvere in luce e la luce in vibrazione musicale. L'accordo è tra l'acuto modulato dei bianchi e il basso grave del bordeaux che costruisce porzioni inedite di realtà nei varchi lasciati dei vasi in primo piano. Si osservi per un attimo l'oggetto più basso a sinistra: è un prodotto di scavo, una pasta in vetro romana, un oggetto bellissimo con la sua superficie corrugata e assorbita a un tempo. Morandi l'ha "scoperto" tardi, ma ora gli assegna un posto di particolare rilievo come frammento del mistero che si avverte nel tempo sospeso di questa immagine.


Per questa Natura morta, che ritengo essere uno dei raggiungimenti più alti dell'arte morandiana, mi piace ricordare le parole di Cesare Brandi, che nel suo ultimo saggio, quello scritto per l'antologica spagnola del 1984, tenta quell'analisi dell'ultimo Morandi cui pochissimi fino ad allora si erano interessati, e quelle di Werner Haftmann, con questa riflessione in pratica conclude il suo affascinate contributo al catalogo della Mostra del centenario.

Dice Brandi: "nell'ultimo quinquennio della sua vita, circa dal 1959 al 1964, sembrò che la pittura di Morandi fosse cambiata o in procinto di cambiare [...]. La sicurezza di quelle straordinarie pennellate, così straordinarie come quelle di Velázquez (che, da vicino, non si vede niente) assicura, se mai si potesse revocare in dubbio, che le doti di pittore di Morandi arrivarono fino alla pittura più pittura, fatta di tocco, di pennellate di striscio, senza che si perdesse una stilla di quella meravigliosa sostanza cromatica, che era spazio luce e colore allo stato fluido come un profumo o un liquido etereo" (cat. cit., Madrid-Barcellona, 1984-1985, p. 24).

Aggiunge Haftmann che "il processo di saldatura tra l'osservazione e la risposta della riflessione plasmante, si rafforza nella sua opera tarda per l'accrescimento del vigore meditativo, come spesso si contrasta nella produzione tarda di grandi pittori, in Rembrandt o in Cézanne per esempio" (cat. cit., Bologna 1990, p. 28).

"Meravigliosa sostanza cromatica", "accrescimento di vigore meditativo"; poche opere come questa possono rispondere compiutamente alla domanda sempre presente in ogni ammiratore di Morandi, su come possano convivere in lui una natura così totale di pittore e un atteggiamento mentale così ardito, teso a una ricerca sul campo che è traduzione in immagini della sua limpida speculazione dell'intelletto.

Sulla tela ciò che era soltanto giustapposto, ora si va fondendo a pare che le forme, nate per un attimo dalle sabbie del fondo, posano in questo riassorbirsi per lasciar emergere altre presenze. Gli oggetti vanno aprendosi e tra di essi circola un respiro leggero che trasforma la polvere in luce e la luce in vibrazione musicale. L'accordo è tra l'acuto modulato dei bianchi e il basso grave del bordeaux che costruisce porzioni inedite di realtà nei varchi lasciati dei vasi in primo piano. Si osservi per un attimo l'oggetto più basso a sinistra: è un prodotto di scavo, una pasta in vetro romana, un oggetto bellissimo con la sua superficie corrugata e assorbita a un tempo. Morandi l'ha "scoperto" tardi, ma ora gli assegna un posto di particolare rilievo come frammento del mistero che si avverte nel tempo sospeso di questa immagine.

Il patrimonio insidiato
Data di pubblicazione: 24.03.2004

Autore: Tonon, Graziella

Graziella Tonon recensisce il libro di Cesare Brandi, Il patrimonio insidiato. Scritti sulla tutela del paesaggio e dell’arte, a cura di Massimiliano Capati, Editori Riuniti, Roma 2001. Metterei come sottotitolo: Attualità di pensieri antichi.
La recensione è stata pubblicata in "In/oltre", a. V, n. 6, inverno 2003, pp. 155-158.

La pubblicazione di un’ampia antologia di scritti di Cesare Brandi sulla tutela del paesaggio e dell’arte [1] sollecita alcune riflessioni circa i modi dell’abitare e il senso del costruire.
Osservando il paesaggio contemporaneo non si può certo dire che lo spirito umanistico sia vincente: è anzi di frequente oggetto di derisione da parte di un certo cinismo postmoderno e da quanti ritengono che non più il mondo organico, di cui pure l’ homo faber fa parte, ma solo le scoperte della scienza e le innovazioni della tecnica con le relative filosofie ed estetiche debbano costituire regola e modello a cui adeguare le forme dell’abitare.
Per costoro gli scritti di Cesare Brandi non possono che risultare antiquati come antiquato a costoro appare l’essere umano. L’umano, con il suo antichissimo corpo, con la sua antichissima fisiologia, con la sua arcaica psicologia costituisce invece negli scritti di Brandi un tramite insostituibile dell’esperienza di mondo, un metro di paragone e una chiave interpretativa dei paesaggi, dei luoghi, dell’architettura, e in generale dell’opera d’arte, foriera di giudizi penetranti che arrivano sempre al cuore delle cose.
Quello di Brandi è uno sguardo colto ma non diviso, che non separa la res cogitans dalla res extensa, i valori del pensiero dalla “naturalità” dell’anima, dal suo essere corpo oltre che mente.
La misura umana con tutti i suoi limiti non rappresenta per lui un «complesso di inferiorità» [2] da eliminare, come invece da più parti oggi si teorizza, in nome del presunto nuovo spirito del tempo postorganico, biotecnologico, virtuale a cui l’organismo dell’uomo e il suo spazio dovrebbero sottomettersi.
La consapevolezza che l’umano è dato di natura irrinunciabile oltre che un fatto di cultura lo porta a ricordare che «conta solo quello che è presente all’occhio nel caso delle arti figurative: il corredo culturale è corredo e corredo resta» [3]. Quanto alla visione spazio-temporale elaborata dalla fisica moderna - scrive Brandi - «non è una visione (ma una ipotesi scientifica) e non ha nulla a che fare con i dati immediati della sensibilità» [4]. Per questo, si potrebbe aggiungere, lo spazio premoderno, con la sua misura umana, può risultare oggi ancora sensato e magari più sensato di quello proprio della metropoli contemporanea che a tutto guarda fuorché alla figura, alle dimensioni e ai limiti fisici del corpo e si dimentica dei vecchi come dei bambini.
Ogni visione meramente concettuale, un io senza occhi [5] abituato a pensare le cose nel vuoto, a giudicarle in sé, isolate da qualunque contesto reale, delocalizzate, come invece non capita mai nell’esperienza concreta, può infatti creare luoghi inospitali: Nella vita reale, non virtuale, le cose come gli esseri umani sono sempre corpi di e in relazione con altri corpi ed è dalla relazione che deriva gran parte del loro senso, il loro ruolo recitante. Solo indugiando nei luoghi, ascoltandoli, come fa Brandi, con tutta la pienezza del sentire, lasciandosi attraversare come da presenze animate è possibile percepire quanto i colori, i materiali e le forme «astratte, mentali e non ambientali di tante strutture del neoplasticismo» [6], e di tanta speculazione edilizia moderna, confliggono con certi ambienti. Confliggono innanzi tutto con la spazialità organica dei tessuti modesti ma sempre a scala umana delle città antiche. Dove lo spazio è una consolazione per l’occhio, la mano, il piede: accessibile nelle sue sequenze ravvicinate senza bisogno di dipendere da mezzi meccanici. Dove l’armonia tra le cose, tra gli interni e gli esterni, tra il tessuto continuo delle case e i monumenti «è così saporosa da far sentire tutta la città come veramente gettata in una sola volta» [7], come fosse un unico integro corpo umano. Per questo laddove il tessuto connettivo venga malamente demolito e i monumenti isolati, la città pare sanguinare e generare dolore nell’animo di chi la abita.
Per usare le parole di Simone Weil, stretto è il nesso tra lo «spirito lacerato […] crocifisso […] e lo spazio di cui lo spirito è possessore […]. Per questo l’unità nello spazio è una così grande consolazione. Uno spazio chiuso è il simbolo del mondo, di cui lo spirito è proprietario» [8].
Ed è proprio perché lo spirito soffre come fosse carne che Brandi di fronte allo scempio subìto dalle cortine settecentesche di Palermo può scrivere: «la città, colpita amaramente nelle sue parti più tenere, sanguina: sanguina lungo il rovinoso Corso, lungo la folta e squarciata via Maqueda; sanguina a via Alloro, a piazza Bologni, nella Cala» [9].
Da qui la lezione: come un essere umano risulta sofferente e menomato se subisce l’amputazione di un braccio o di una gamba e perde identità fino a morire quando le sue membra dilaniate giacciono sparse, così la città antica non appare più un organismo armonioso se alla demolizione di alcune sue parti si sostituiscono protesi estranee. Anzi perde il suo carattere urbano se viene frantumata, dispersa, o ridotta ad un assemblaggio di edifici monumentali, senza alcuna fisica relazione: «una città - Brandi lo ribadisce più volte - non consiste solo nei suoi monumenti più degni ma in tutto il tessuto connettivo» [10].
In casi come Bologna, Siena, Venezia, Catania, Noto, Lecce, Anagni, Casale e tanti altri centri storici è proprio il tessuto urbano minuto, domestico, di connessione e gli spazi aperti pubblici delle strade e delle piazze a fare l’aria della città: ad essere il monumento «degno e particolare» [11] da preservare come tesoro per la civiltà dell’abitare.
Per questo, afferma Brandi, «se c’è un’eresia in fatto di tutela e di rispetto, è proprio quella di sconnettere il tessuto urbano per costituire un monumento in una forzata solitudine e in uno spazio aggirante» [12]. Così come è una eresia sconnettere l’identità, conquistata nel tempo, di un luogo urbano in nome del feticismo scolastico di un rudere che non appartiene più da secoli alla vista e dunque alla memoria collettiva.
Ma la protervia di certa edilizia astratta, non ambientale, di certi «innesti massicci e fuori scala [o di certe] casacce sghembe che si posano in falso» [13] ha il potere di distruggere anche l’ordine «umano e sovrumano» [14] di taluni paesaggi magici a cui l’uomo ha imposto un sigillo tale che «nulla la sua intelligenza potrà aggiungere o il suo intuito rivelare» [15]. Paesaggi dove tutto «è quanto di più lindo e riposante si possa offrire alla beatitudine allo sguardo e al sollievo della mente» [16], dove le serre di aranci hanno «la pienezza ricciuta del vello di un agnellino» [17], o dove i monti hanno «membrature muscolose come un gigante» [18]. O dove ancora la «trama fitta e impalpabile, di aria, di luce, di colore» rende il «verde tenero e lucente […] come avvolto in una fascia di veli azzurri, quasi il mare respirasse e quell’azzurro fosse il suo fiato» [19].
In questi contesti ogni architettura presuntuosa, sgarbata, incurante e incapace di riconoscere dove si offre, come un dono, la bellezza dei luoghi, genera lo stesso effetto sfigurante provocato da «ordigni ortopedici» [20] in un corpo sano, dai «denti finti di acciaio […] in un bel volto» [21] o dai «foruncoli nella giovane pelle degli adolescenti» [22].
Con questo Brandi non sostiene che le visioni più astratte e le concezioni spaziali elaborate dalla scienza e dalla tecnica moderna non possano rappresentare «un elemento della poetica di determinati artisti» [23]; critica semmai con forza la pretesa che una poetica personale possa costituire canone di giudizio universale dell’architettura e che possa essere ubiquitaria. Pone, in altri termini, la questione dell’ etica della personalità.
Per usare le parole di Nicolai Hartmann, la «rivendicazione di una propria particolarità da parte dell’individuo» non può mai andare a discapito delle «esigenze etiche universali», senza le quali non può esistere la comunità umana. Allo stesso modo discriminante per il giudizio sull’opera d’arte è che il suo diritto alla personalità non dimentichi l’imperativo etico a cui l’arte del costruire è chiamata a rispondere: l’essere il compito dell’architettura quello di creare luoghi abitabili, ossia di reinventare ogni volta cosmo in opposizione al caos. Il che significa operare perché la ricerca di armonia, di spazi di relazione e di condivisione tra gli umani e tra gli umani e il mondo prevalga sulle pulsioni di morte, sugli istinti aggressivi e distruttivi.
Solo così l’eleganza, la grazia, la gentilezza, la tenerezza, la misura - tutti attributi che Brandi associa al concetto di civiltà e di bellezza - possono prevalere sulla brutalità, sull’arroganza, sull’osceno, sull’irrazionale e il deserto di senso di cui si rendono colpevoli non solo i «criminali di guerra» ma anche i «criminali di pace»: «i guastatori delle città, gli speculatori edilizi» [24]. La bellezza, per il potere che ha di celebrare e testimoniare nel mondo la sacralità della vita, non deve essere «confinabile nei musei o in certi luoghi particolari» [25] ma deve poter permeare i paesaggi, le città, le strade, le piazze, perché la terra tutta possa essere abitabile come il grembo accogliente di una madre.


RESTAURO


A cura di Francesca NUCERA

INTRODUZIONE AL RESTAURO
Come doveroso non poteva mancare in un sito come Pittura&dintorni una sezione dedicata al restauro, alla conservazione, catalogazione, legislazione, esposizione e quant'altro ruoti intorno ai beni culturali nella "provincia" italiana.
Da questa premessa si può già capire che la nostra sezione avrà un raggio d'azione che riguarda l'oggetto BENE CULTURALE nella sua interezza e non esclusivamente il restauro di questi.
Siamo partiti infatti pubblicizzando un'autorevole esposizione torinese che credo abbia fornito molti spunti di riflessione sia per quel che riguarda il restauro e soprattutto per quel che riguarda la proprietà di un bene culturale.
Bisognerà comunque focalizzare un aspetto... l'aspetto di oggi è il RESTAURO!!!
Credo sia poco originale e poco comunicativo procedere didatticamente attraverso un percorso storico che pur chiarendo le idee risulterà banale e noioso... credo sia più interessante ed efficace partire dalla moderna concezione del restauro, percorrendo la quale non mancheranno riferimenti storici che analizzeremo rendendo il discorso più vivace ed intrigante.
"Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell'opera d'arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro". Muovendo da questa premessa Cesare Brandi espone, nella sua teoria del restauro edita nel 1963 dall'editore De Luca e ristampata nel '77 da Einaudi, il significato e i metodi del restauro indirizzandoli ai tecnici, ai critici e agli storici dell'arte, ma soprattutto al pubblico e a chi voglia approfondire la materia attraverso lo studio e l'applicazione pratica.
Il volume nasce dal lavoro svolto da Brandi all' ISTITUTO CENTRALE del RESTAURO di Roma ed è una raccolta organica di scritti in cui vengono sottolineati i criteri teorici che hanno ispirato l'attività del teorico e dell'istituto traendo da questa esperienza conferme, approfondimenti e precisazioni.
La teoria del restauro risulta così essere un'opera che dà tutti gli strumenti informativi e teorici utili per applicarsi a una disciplina ritenuta oggi indispensabile.
Per comprendere meglio l'itinerario culturale che permette la nascita di un così radicale pensiero conservativo, bisogna partire dagli anni '30 ed analizzare Brandi nella sua globalità, ripercorrendo quegli anni di cruciali trasformazioni.
Scrive di Lui Luigi Russo: "il sistema brandiano era dunque un frutto originale, la resultante di un innesto inedito, su uno sfondo classicamente kantiano, di un 'certo' Croce, Heidegger, Husserl, Sartre (ma anche Fiedler), responsabilmente assunti e ripensati".
Maria Ida Catalano ricostruendone la formazione afferma: "la forma che il pensiero di Brandi assume nel suo complesso è in definitiva quella di una serrata concatenazione di pensieri scaturiti da fonti molteplici di riflessione, dove ogni cambiamento di rotta viene maturato ed assorbito per essere immesso nuovamente nel circuito teorico senza che si compiano mai vere e proprie rotture con il nucleo costitutivo."
Negli anni il tema del restauro emerge in Lui sempre più tanto da individuarlo come "fattore costitutivo di una teoria generale della critica", questo concetto, sempre secondo la Catalano, coglie uno dei nodi essenziali del processo teorico brandiano dove il tema del restauro mira a costituirsi come uno dei poli fondanti l' intero sistema estetico.
Questa breve ma intensa analisi del pensiero brandiano ha lo scopo d'inquadrare le nostre premesse... premesse che ci servono per capire la personalità e la corrente di pensiero che da essa scaturisce, tutt'oggi attuale e vivacemente operante sia sul piano teorico che su quello pratico.
Il mio pensiero và alla Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell' Università della Tuscia di Viterbo, dove alcuni "illuminati" studiosi formano, con grande rigore metodologico, i futuri addetti alla conservazione.
Per tutti noi Brandi è un modello... non solo professionale quanto di pensiero.


Cesare Brandi, Teoria del restauro
«Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell'opera d'arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro»


[tratto da: http://www.icr.arti.beniculturali.it/finalita/brandi.htm]


Questo punto di partenza ci fa capire come, per Brandi, il restauro non possa mai esaurirsi in una serie di procedure tecniche, che pure sono alla sua base.
Il restauro rappresenta, invece, il momento decisivo in cui la coscienza di ciascuno di noi riconosce un prodotto dell'attività umana quale opera d'arte, degna quindi di essere tramandata nel futuro. Questo momento di epifania crea l'opera d'arte e impone, nello stesso tempo, l'atto di restauro.
Questo libro sul restauro è fondamentale, nel bagaglio culturale di uno storico dell'arte, per una molteplicità di motivi.
Innanzitutto per la scrittura. Brandi scrive in modo che concetti complessi e ardui diventino la sola logica conseguenza di un ragionamento serrato.
Quindi per i contenuti. Il concetto di restauro è così intimamente connesso, in Brandi, a quello di opera d'arte che ci si può quasi dimenticare che di restauro si sta leggendo, essendo questo, a tutti gli effetti, un saggio di estetica e di critica.
Infine per la pratica che traspare in ogni pagina. Sebbene Brandi sia un eccellente teorico, fu, ancor più, un grandioso restauratore, che affrontava, con tutte le sue conoscenze e capacità, i problemi che le opere d'arte, che gli erano affidate, gli ponevano. Ogni opera rappresentava una sfida da vincere, ma mai una cavia sulla quale sperimentare nuove tecniche ("la prudenza non è mai troppa" scrive, quando si tratta di avere a che fare con la responsabilità di tramandare un capolavoro al futuro).
Un libro, dunque, che, sebbene siano passati esattamente 30 anni dalla prima pubblicazione, mantiene ancora oggi tutta la sua validità, formale e contenutistica.
A Brandi va inoltre il merito di aver posto mano ad una materia che, sebbene di fondamentale importanza per l'Italia, "deposito" della maggior percentuale di "beni artistici" del mondo, non era stata mai prima di allora affrontata in un modo così sistematico e scientifico, risalendo il manuale precedente addirittura al 1865, opera del conte bergamasco Giovanni Secco Suardo "Manuale ragionato per la parte meccanica dell'arte del restauratore dei dipinti" (del quale una seconda edizione, a cura di Gaetano Previati, fu pubblicata agli inizi del '900).
Cesare Brandi. Nato a Siena nel 1906 e morto nel 1988, è stato trai più grandi teorici ed esperti d'arte e di restauro nel secolo appena passato.
Con Giulio Carlo Argan fondò l'Istituto Centrale del Restauro a Roma, nel 1938, e lo diresse dal 1939 al 1959, quando fu chiamato alla cattedra di Storia dell'Arte dell'Università di Palermo. Insegnò poi Storia dell'Arte Contemporanea presso l'Università La Sapienza di Roma, dal 1967 al 1976.
Fu Accademico dei Lincei e di San Luca.
Fu un fecondo scrittore, di opere di critica d'arte (argomento per cui vinse il premio Feltrinelli due volte, nel 1959 ex-aequo con Argan e nel 1980), di diari di viaggi, di opere di poesia.
Tra i sui scritti, oltre a quello oggetto di questo articolo segnaliamo Segno e Immagine e La fine dell'Avanguardia e l'arte d'oggi.

Teoria del Restauro fu pubblicato, la prima volta nel 1963, dalle Edizioni di Storia e Letteratura dell'editore De Luca e poi ripubblicata nel 1977 da Einaudi. L'edizione corrente è pubblicata dalla Piccola Biblioteca Einaudi, è corredata da una avvertenza scritta dallo stesso Brandi a commento dell'edizione del 1977 e contiene in appendice, rispetto all'edizione originaria, la Carta del Restauro, promulgata nel 1972.
Oltre alla parte principale, la Teoria del Restauro, appunto, il libro è composto di una appendice, in cui sono pubblicati articoli diversi, comunicazioni a convegni, traduzioni di articoli scritti in inglese per riviste straniere (il Burlington Magazine) e la fondamentale Carta del restauro, diramata nell'aprile 1972 a tutti i Soprintendenti e Capi di Istituti autonomi dal Ministero della Pubblica Istruzione, e che basa la sua normativa quasi interamente sui principi espressi nella Teoria del Restauro.

Cesare Brandi
Teoria del Restauro
Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, 2000


Indice del libro:
Avvertenza
1- Il concetto del restauro
2- La materia dell'opera d'arte
3- L'unità potenziale dell'opera d'arte
4- Il tempo riguardo l'opera d'arte e al restauro
5- Il restauro secondo l'istanza della storicità
6- Il restauro secondo l'istanza estetica
7- Lo spazio dell'opera d'arte
8- Il restauro preventivo
Appendice
1- Falsificazione
2- Postilla teorica al trattamento delle lacune
3- Principi per il restauro dei monumenti
4- Il restauro della pittura antica
5- La pulitura dei dipinti in relazione alla patina, alle vernici e alle velature
6- "Some factual observations about varnishes and glazes"
7- Togliere o conservare le cornici come problema di restauro
Carta del restauro 1972


di Francesca Ventura



CESARE BRANDI. TEORIA ED ESPERIENZA DELL'ARTE
Atti del convegno di Siena 12-14 novembre 1998. Quaderni CERR N°1








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CATALOGO

Questo volume costituisce il primo numero della collana dei Quaderni del CERR (Centro di Ricerca sulla Conservazione e sul Restauro di Siena). Il progetto della collana prevede la pubblicazione di testi di studio, dibattito e approfondimento in merito a problemi, figure e interventi di conservazione, restauro o di storia della conservazione e del restauro promossi dal Centro e dalle istituzioni preposte. Ora con il convegno su Cesare Brandi, il comune di Siena vuole ricordare e celebrare quel grande studioso, poeta, narratore di viaggio e critico del Novecento, così descritto da Pier Paolo Pasolini: "Questo eterno, diabolico, ignoto: Cesare Brandi è l'uomo meno raro e difficoltoso che abbia incontrato". Sono qui raccolte le voci dei relatori, diversificate per la ricchezza degli argomenti o per la critica talvolta



http://www.pixel-art.it/scaffale/scaffale_2_1.htm

Cesare Brandi (1906-1988) foi intelectual dos mais notáveis no campo artístico. Formado em direito e letras, mas tendo dedicado sua carreira a crítica e a história da arte, à estética e à restauração, publicando numerosos e relevantes textos. Sua Teoria da Restauração, inicialmente publicada em 1963, permanece um escrito essencial, basilar e nao superado nesse campo do conhecimento, em que Brandi articula sua excepcional capacidade intelectual com a vasta experiência prática que acumulou nas duas décadas de direção do Istituto Centrale del Restauro em Roma fundado em 1939). Seu texto é denso, rigoroso, fundamentado em princípios sólidos e coesos, possuindo uma tal profundidade que se toma uma fonte inesgotável, a qual se deve sempre retornar para interpretar questões ligadas a preservação de bens culturais na atualidade.
Foligno intorno al restauro
Bruno Zanardi
Alessandro Mendini
Dalla sintesi alla contaminazione delle arti
Pierre Restany
Artisti in copertina
Bruno Zanardi
Foligno intorno al restauro

Credo che per discutere degli scritti di Giovanni Urbani, per così dire, nello spirito di Giovanni Urbani, sia meglio subito abbandonare le more di una teoria del restauro. Come per primo Urbani del resto aveva fatto in vita, mai unendosi al coro dei molti che, in questi ultimi decenni, hanno preteso di rifondare - quasi sempre in termini di un estremismo metastorico - la griglia certamente filosofica, ma anche, alla fine, di semplice buon senso, del pensiero di Cesare Brandi: il restauro come recupero filologico della recta lectio dell’opera d’arte, non perdendo mai di vista il dato estetico e l’istanza storica. Questo senza nulla voler togliere ai comunque enormi meriti dello stesso Brandi. E senza voler mettere in dubbio il debito di Urbani – e di tutti noi – di nuovo verso Brandi.

Quale è allora l’originalità della posizione di Urbani rispetto a Brandi e, più in generale, rispetto al mondo del restauro: quella attestata dagli scritti che siamo qui, oggi, a discutere. Nell’essersi reso conto Urbani dell’oggettivo esaurimento culturale del pensiero brandiano sul restauro. Vale a dire dell’esaurimento di un pensiero le cui finalità erano, nel fondo, ancora risorgimentali. Cioè tese alla riscoperta filologica delle “autentiche” radici romanze della civiltà artistica della “nuova nazione unita”. Così che Urbani, nel 1984, in un’apposita giornata dedicata dall’Università di Roma all’ottantesimo compleanno del grande studioso, quindi parlando proprio davanti a Brandi, da una parte evidenzia come nessuna altra teoria del restauro abbia soppiantato quella di Brandi, dichiarandone così in re l’insuperata validità: si badi bene, teorica. Ma dall’altra parte chiedendosi Urbani se l’oggettivo permanere di questa validità resista anche “rispetto al presente storico, cioè rispetto a eventuali situazioni nuove che siano nel frattempo - intervenute nella realtà delle cose”. Dove, “nel frattempo” del quesito di Urbani, va riferito agli anni ’40 del secolo scorso, quando Cesare Brandi elabora la propria Teoria. Mentre la parola “realtà” ci conduce a quella che rappresenta forse la qualità più alta, o almeno per me tale, della figura intellettuale di Urbani: il suo pragmatismo, la sua feroce avversione verso ogni forma di semplificazione ideologica della realtà.

Domanda retorica, peraltro, quella di Urbani a Brandi, vista la sua consapevolezza della crisi appunto nel frattempo sopraggiunta del pensiero brandiano sul restauro. Crisi che derivava – e deriva – da molte ragioni, ossia, se si vuole, da due ragioni fondamentali. La prima, sta nel carattere non scientifico in termini estetici, filologici e conservativi del restauro. Si badi bene: non dell’impostazione teorica del restauro data da Brandi. Ma del restauro in genere. Tanto che, in barba a ogni esattezza scientifica, quasi sempre i restauri si portano dietro variabili interpretative enormi, e quindi dispareri estetici e polemiche spesso violente e quasi sempre accese in nome di quella speciale metastoria di cui ho parlato all’inizio di questo testo. Per non fare che alcuni esempi, tra i tanti, si pensi al restauro della volta Sistina, ossia a quello del Battistero di Parma e a Masaccio al Carmine. Ma anche in barba a ogni pretesa di raggiunta esattezza scientifica, del tutto vari, quindi opinabilissimi, sono i modi della restituzione filologica di un dipinto da restaurare: chiunque, entrando in un museo, può infatti datare ad annum il restauro dal diverso trattamento delle lacune, dal livello delle puliture, dal tipo di reintegrazione. E ancora, un’altra volta in barba alla raggiunta scientificità, ogni restauro è sempre foriero di danni. L’inevitabile immissione di nuovi materiali rende infatti ancora più eterogeneo quel già in partenza complesso sistema di materiali e strutture che è ogni opera d’arte; aumentando così, anziché diminuendo i problemi conservativi che si volevano risolvere. E ciò si dimostra soprattutto nei manufatti più esposti a shock ambientali, quali i dipinti murali o le pietre, per i quali sempre più di frequente si rende necessario intervenire per rimediare ai danni causati dai restauri precedenti.

La seconda ragione della crisi del pensiero brandiano sul restauro sta nella sua applicabilità solo in termini puntiformi. Vale a dire opera per opera. Ciò che se poteva essere una generosa utopia suggerita dalla condizione d’assoluta stabilità socio-ambientale dell’Italia degli anni ’40, diveniva una ipotesi di lavoro prima ancora che impercorribile, insensata rispetto ai nuovi e gravissimi squilibri socio-ambientali nel frattempo intervenuti nel territorio: quelli già vastamente presenti nel 1984 dell’intervento di Urbani, ma oggi ancora più capillarmente diffusi, e che tutti conosciamo. E quelli che sono andati a manomettere gravemente e in molti casi a distruggere per sempre – si pensi alle normali periferie delle nostre città e alla coste marine - la qualità più straordinaria del patrimonio artistico italiano, e forse unica nel mondo: il suo infinito stratificarsi in millenni di storia, la sua onnipresenza sul territorio.

Ecco allora la diversione del pensiero di Urbani rispetto a Brandi. Il riconoscere che il restauro opera per opera del patrimonio artistico della Nazione sia una tela di Penelope del tutto inutile da tessere, soprattutto a fronte della nuovissima condizione ambientale che si è venuta a creare nel Paese. Tuttavia recuperando il tutto con il prendere atto che “in un’epoca in cui l’uomo comincia ad avvertire la terribile novità storica dell’esaurimento del proprio ambiente di vita, certi valori, come appunto l’arte del passato, i quali testimoniano della possibilità che il fare umano sia integrativo e non distruttivo della bellezza del mondo, questi valori cominciano a assumere, accanto a quella cognita di oggetti di studio o di godimento estetico, la nuova dimensione di componenti ambientali antropiche altrettanto necessarie per il benessere della specie dell’equilibrio ecologico tra le componenti ambientali naturali”. Quindi, la necessità di spostare la creatività dell’uomo da un fare artistico, che ci è precluso in termini armonici con il patrimonio artistico arrivato a noi, all’immaginazione tecnico-scientifica e organizzativa necessaria per conservarlo.

Un’idea, questa di Urbani, d’enorme qualità innovativa. E’ infatti vero che qualunque cosa può essere conservata solo la sua salvaguardia rientra negli interessi diffusi della società civile. E agganciare il patrimonio artistico, non più alla soria dell’arte, ma all’ecologia appare senz’altro un’intuizione di grande intelligenza. Ma anche, sempre nel dogma della concretezza di Urbani, va sottolineato come Urbani subito si sia preoccupato che questa sua idea avesse corpo di azione tecnica, vale a dire di trovare gli strumenti organizzativi perché fosse immediatamente possibile una sua realizzazione concreta. E lo fa elaborando un progetto esecutivo di una ricerca finalizzata alla conservazione di un patrimonio artistico dislocato su di un territorio di cui fossero noti i fattori di rischio ambientale, e che fosse definito con ogni possibile precisione per numero di beni e loro classi di materiali costitutivi. Ponendo così un concetto affatto nuovo di conservazione, non più brandianamente fondata su come fare in modo che i restauri fossero sempre più perfettamente eseguiti, ma, al contrario, su come fare in modo che le opere d’arte avessero sempre meno bisogno di restauri. Quindi intervenendo sulla prevenzione dai rischi ambientali e sulla manutenzione, e limitando i restauri solo a pochi interventi che, questa volta sì brandianamente, ponessero quesiti storico-artistici di reale interesse per le solite radici romanze della civiltà artistica della Nazione. E credo tutti i presenti in questa sala sappiamo che quel progetto è il “Piano pilota per la conservazione programmata dei beni culturali in Umbria”.

Cosa succede a questo punto. Che le idee di Urbani hanno tre immensi pregi, tuttavia nel nostro paese voltati in difetti. Il primo di non essere demagogiche, in Paese intriso fino alle ossa di demagogia quale è l’Italia, e quale ancor più era nella metà degli ’70, cioè a ridosso del ’68. Il secondo, d’aver capito che la forza dello Stato non è in un esercizio prepotente del proprio potere centrale, ma nella capacità di coordinare al massimo livello di competenze quanto le amministrazioni sul territorio devono fare: con ciò facendo dell’apertura alle regioni una delle chiavi di volta del suo pensiero organizzativo. Il terzo, e più imperdonabile di tutti, di voler trasformare la tutela del patrimonio artistico da attività straordinaria, ossia “facoltativa” come l’ha chiamata Massimo Severo Giannini, a attività serenamente ordinaria. Cioè un’attività da svolgere sulla base di compiti ben precisi e assegnati in partenza, di cui siano alla fine, cioè anno per anno, ben valutabili i risultati ottenuti: nel bene e nel male. Ed è evidente a tutti come una classe intellettuale in gran parte demagogica e dilettantesca, uno Stato prepotentemente centralistico, e un’Amministrazione pubblica totalmente autoreferenziata, e perciò immortale, abbiano fatto un sol boccone di Urbani.

Non voglio però inoltrarmi in un cahièr de doleance inutile e soprattutto sterile, tradendo così la concretezza di Urbani. Devo però pormi a questo punto lo stesso quesito – naturalmente ben conscio dei diversi pesi in campo – che si poneva Urbani davanti a Brandi. Vale a dire quale è la validità del pensiero di Urbani “rispetto al presente storico, cioè rispetto a eventuali situazioni nuove che siano nel frattempo - intervenute nella realtà delle cose”. La risposta è certamente diversa da quella che allora si diede Urbani, visto che in nessun caso è possibile valutare la realizzazione fatta da Urbani dei suoi piani esecutivi di lavoro. Ne resta invece l’attualità culturale e metodologica, con tuttavia qualche crepa, non di minore momento.

Rispetto al 1976 del “Piano dell’Umbria” si è infatti assistito all’imperterrito continuare della logica brandiana della tutela come somma di restauri esemplari: si è cioè continuato forse prima ancora che imperterriti, ignari, a tessere quella tela di Penelope di cui Urbani aveva visto invano l’inutilità e i rischi conservativi. Non si è poi fatta nessuna politica di tutela del territorio: e penso in particolare agli appennini e alle zone montagnose, ma anche ai centri storici delle città: i quali appennini eccetera, non sono tuttavia rimasti fermi a attendere i tempi di comprensione dei problemi da parte del Ministero dei beni culturali: e questo vale in particolare per la loro progressiva desertificazione, che è il principale fattore di degrado del patrimonio artistico: quello che apre la strada ai ladri, ai vandali, ma anche al dissesto geologico e idrogeologico di un territorio non più mantenuto dalle microcoltivazioni agrigole, ossia a città dove trovi mille negozi che vendono inutili e orrendi piatti di ceramica, mentre per comprare un chilo di pane devi fare chilometri.

Non si è fatta nessuna vera politica di intesa con la Cei sull’immenso problema della tutela degli edifici di proprietà religiosa: quest’ultima una mina vagante che aleggia sul Paese nella più assoluta indifferenza. A fronte di circa 110.000 edifici religiosi già adesso più o meno abbandonati a sé stessi perché privi di parroci che ne assicurino la guardianìa e una piccola manutenzione, si prevede – ed è la Cei a prevederlo – che nei prossimi 10-15 anni si avrà una diminuzione di un quarto dei sacerdoti oggi ancora in vita. E torno a dire si parla di 110.000 chiese che certamente non possono diventare tutti musei, e che molto spesso si trovano in paesi frazioni se non disabitati in via di esserlo. E taccio qui delle circa 40.000 dimore storiche ancora in mano privata. Attenzione però: fino a quando resisteranno l’orgoglio di casato e i soldi che servono per sostenerle.

Non si è fatta una politica di formazione dei restauratori, lasciando il dibattito tecnico-scientifico sul restauro ancora fermo ai luoghi comuni del dilettantismo ottocentesco del tipo non ha più la patina, è troppo bianco, ha perso la sua storia e così via vaneggiando. E taccio di un recente decreto che ha notevolmente peggiorato la situazione fozando la situazione in una direzione corporativa assolutamente fuori dalla realtà. Ma chiudo qui un elenco che potrebbe continuare ancora a lungo. E approfitto della presenza di Rita Lorenzetti per farle una domanda. Caro Presidente, la distinzione tra i paesi con un futuro e quelli che non ne avranno, almeno così dicono i sociologi, è tra chi è in grado di produrre idee e chi no. Noi abbiamo visto che lo Stato centrale, sulla tutela del patrimonio artistico, ha in sostanza ancora idee risorgimentali e una Amministrazione in conseguenza. Riusciranno allora le Regioni, la sua Regione, negli enormi margini di autonomia che oggi finalmente si trovano a avere, a produrre idee nuove e finalmente nel nostro tempo? E poi, riusciranno le Regioni, la sua Regione, a dare corpo di azione tecnica a queste idee, trasformando la tutela da attività straordinaria e facoltativa, a attività feriale e serenamente ordinaria, da attuare affidando all’Amministrazione addetta compiti definiti in partenza, valutando i risultati poi del lavoro svolto e traendo alla fine le conseguenze del caso? Se le regioni, la sua Regione, riusciranno a fare questo il pensiero di Urbani non sarà stato prodotto invano. In altro caso, dovremo rassegnarci definitivamente al fatto che il sacrificio delle idee di Urbani non sia stato un caso, più o meno malaugurato; ma sia il frutto del costante e completo disinteresse della politica verso il destino del patrimonio artistico del paese e, con questo, della sue radici storiche e morali.

http://www.progettorestauro.it/editoriale/storico.asp?id=190&sid=812832151

Restauro: da Brandi alla manutenzione programmata

Il concetto di restauro come lo intendiamo noi oggi è il relativamente recente esito di una lunga disputa teorica e tecnica.
Considerato per secoli una sorta di declinazione del termine ‘ristrutturazione’, il restauro è stato sempre condizionato dalle teorie estetiche prevalenti nelle diverse epoche.

Per anni il restauro è rimasto in bilico fra due tesi opposte: quella della reintegrazione (anastilosi), con il conseguente miglioramento delle condizioni di fruizione, ma con l’irrimediabile perdita del patrimonio materico; e quella della conservazione, che nella sua accezione più estrema, quella di Ruskin, poteva comportare anche la perdita completa, ma assolutamente naturale, del bene.
La conservazione si opponeva ai rifacimenti e alle integrazioni, si proponeva come un “antirestauro”, volto solo alla salvaguardia dell’originalità e alla rivalutazione dei segni del passare del tempo, concedendo spazio e dignità solo agli interventi manutentivi meno invasivi.
Quella ruskiniana era la risposta alle teorie di Viollet-le-Duc, per cui “restaurare un edificio non è conservarlo, ripararlo o rifarlo, ma significa riportare il monumento a una condizione primigenia che può anche non essere mai esistita”.

Le odierne regole del restauro, per quanto ancora al centro del dibattito e della ricerca scientifica, hanno cominciato ad essere fissate e standardizzate nel corso del XX secolo, con un lungo processo tutt’ora aperto: oggi il restauro è un atto "tecnologico e scientifico", " filologico e critico" (Baldini).
La vera rivoluzione in questo senso è cominciata con l’imporsi della nuova concezione di conservazione di Brandi e Argan (i fondatori dell’Istituto Centrale del Restauro 1939).

"Il restauro deve mirare al ristabilimento della unità potenziale dell'opera d'arte, purché ciò sia possibile senza commettere un falso artistico o un falso storico, senza cancellare ogni traccia del passaggio dell'opera d'arte nel tempo". Questa definizione di Cesare Brandi propone una sorta di “compromesso” fra le tesi opposte che si erano fino ad allora fronteggiate.
Non nega l’anastilosi, né la fruizione del bene, ma insiste sulla coscienza del bene e della sua storicità e sull’importanza della conservazione e della manutenzione, concetti che implicano prima di tutto atteggiamenti corretti e conoscenza dei fattori di degrado.

Per Brandi, insomma, l'opera d'arte deve essere goduta nella sua integrità e l'intervento di restauro, se l’opera è menomata o lacunosa, non deve mirare a ricrearne l’integrità perduta, ma solo a conservare, rendendole fruibili, le parti rimaste.

È questa coscienza della collocazione dell’opera d’arte nel tempo che permette di tutelarla sia dai danni ambientali, che da quelli antropici, ma, come diceva Federico Zeri, “…il tempo distrugge, il tempo rovina, ma non quanto i cattivi restauratori.”
Ed anche quando il restauro è un atto coscienzioso e rispettoso, conservativo e il meno possibile invasivo, se rappresenta un ultimo tentativo, o se arriva quando l’opera è “in fin di vita”, risulta comunque traumatico. In questi casi, infatti, il restauro interviene su una condizione fragile di esistenza, che potrebbe essere messa in pericolo e spezzarsi.

Dalla coscienza di questo rischio nei restauri d’urgenza, nascono e si stanno diffondendo i concetti e le pratiche di restauro preventivo e manutenzione programmata.

L’obiettivo dovrà essere quello di destinare, col tempo, sempre più fondi al restauro preventivo, che a quello d’urgenza.

Ma c’è un altro obiettivo: quello di diffondere fra tutti i fruitori la consapevolezza che la tutela del nostro patrimonio artistico spetta a tutti, perché le opere, anche se restaurate, vivono più a lungo solo se rispettate e per essere rispettate devono essere osservate e conosciute.


di Cesare Chirici
Il grande sviluppo che ai nostri giorni è stato raggiunto dalla disciplina del restauro, con la straordinaria proliferazione di interventi di ogni genere in atto sul nostro territorio, costituisce la testimonianza incontrovertibile di un successo operativo la cui risonanza, indipendentemente dalle occasioni più o meno liete che la suscitano, eccede tuttavia di gran lunga l’auspicabile conforto di un più circostanziato fondamento teorico-critico e metodologico che vada ben al di là di una semplice ricognizione tecnico-storica e scientifica degli interventi o, in circostanze meno occasionali, di una meno implicita e più articolata motivazione critica dei suoi presupposti. A parlare di restauro, dei suoi effetti visivi nonché dei risultati eclatanti che ne suggellano le singole operazioni, sono veramente in molti fra gli addetti ai lavori e non, e la sensazione che se ne trae è quella di un’attività destinata a superare le più ottimistiche previsioni e aspettative culturali, producendosi in una vera e propria “restituzione degli antichi valori” messi a repentaglio dal tempo e dagli uomini. E’ alquanto difficile trovare, almeno da noi, testimonianze di un atteggiamento meno disponibile verso quell’ottimismo diffuso che ormai caratterizza le iniziative e le affermazioni dei responsabili del restauro, e che influenza a tal punto l’opinione pubblica da farle credere che restaurare un’opera significhi non tanto conservarla il più possibile ma farne rivivere i fasti di una volta, come se la ruota del tempo potesse girare a ritroso ed il passato mostrarsi interamente nella sua verità incontrovertibile.
Le cose stanno alquanto diversamente, almeno a nostro avviso, e ciò deriva soprattutto da una presa di posizione che fa appello a talune discipline (come la filosofia dell’arte) che non sono direttamente coinvolte nel processo di discoprimento storiografico dei veli che nascondono la presunta verità del passato ma che possono fornire strumenti utili per un’adeguata problematizzazione di tali questioni. Agendo, per così dire, a latere, esse minano in realtà taluni convincimenti, avvertendo che il senso complessivo dell’operazione di restauro non possa prescindere dai risultati di una riflessione teorica che da qualche tempo ha posto a repentaglio le antiche certezze circa la possibilità di un recupero tout court della tradizione. Nonché restituire un passato nella sua monocorde e univoca verità storiografica, l’operazione di restauro sembra in realtà non poter far altro che attualizzarne le potenzialità che esso nasconde, conferendo all’operazione un significato critico e creativo che la sottrae a qualsiasi vocazione retroattiva. L’esito di un tale ragionamento è completamente diverso da quello che si deduce dalle riflessioni più diffuse nel settore: più che farsi portavoce di una ricognizione storiografica e critica volta a strumentalizzarlo ai fini di una constatazione veritativa inoppugnabile suffragata dagli apporti della scienza, il restauro tende a sottrarsi a ciò per collocarsi sul versante di una vera e propria riformulazione testuale. Essa racchiude peraltro, al suo interno, le diverse implicazioni legate ai differenti effetti prodotti sul fruitore nel corso dei tempi, effetti che non consentono alcun ritorno a una fonte testuale primaria ma costituiscono il risultato di una condensazione visiva delle molteplici stratificazioni di cui l’opera è testimone con la propria storia.
Uno degli equivoci più diffusi nell’esercizio della nostra disciplina è quello che riguarda il recupero dell’originale, sbandierato sovente con ostinata pertinacia. L’operazione di restauro viene considerata necessaria soprattutto in funzione di un tale recupero, e l’eliminazione di tutto ciò che ostacola o rende quantomeno difficile la piena lettura dell’opera viene considerata pre-condizione ai fini di un ritorno al testo originario. Si ricordi a questo proposito la diltheyana sospensione retroattiva della coscienza storica, che si muove a ritroso sospendendo il proprio rapporto col vissuto esistenziale per muoversi liberamente in un tempo altro. A nostro parere non appare possibile alcun ritorno al testo originario: il risultato del restauro non è un’operazione a ritroso, ma è la riformulazione di un’ipotesi che serve a rendere fruibile e a sottoporre il senso stesso dell’opera alle condizioni di possibilità della nostra percezione e della nostra interpretazione, che sono diverse da quelle di un tempo e non consentono alcun recupero del vero senso di un testo. Lo stesso Brandi, teorico del restauro sovente malinteso, parlando della fruizione di un’opera restaurata e resa quindi più perspicua ai fini del suo riconoscimento, sottolinea che si tratta di un approccio che implica la ricognizione critica di tre modalità del tempo che l’opera condensa in sé: il tempo della formulazione (celato segretamente al suo interno), quello che ne racchiude coi suoi segni l’esistenza o il Bios (per dirla con Umberto Baldini) ed infine quello relativo alla sua recezione storicamente determinata che la materia dell’opera d’arte al momento consente e manifesta. Una tale articolazione esclude tassativamente, nelle sue differenziate scansioni diacroniche, che appaiono coestensive all’opera e al tempo stesso chiaramente percepibili attraverso una serie di riscontri intuitivi e analitici, ogni possibilità di rendere il tempo reversibile. L’incontrovertibile lucidità di una tale affermazione, con le sue inevitabili conseguenze critiche che se ne possono trarre, costituisce uno degli apporti più significativi delle riflessioni del critico senese, ma viene spesso fraintesa nelle considerazioni sul restauro che non fanno tesoro di un approccio complessivo assai originale ed insolito, ove estetica, critica e storiografia dell’arte sono tra loro strettamente intrecciate.
La teoria del restauro non ha fatto molti passi avanti, soprattutto nel settore delle discipline pittoriche, dopo le considerazioni brandiane, che rappresentano la singolare testimonianza di un impegno teorico e storiografico tre i più significativi nel panorama della nostra storiografia dell’arte e richiedono una profonda comprensione dell’insieme delle sue argomentazioni, svolte su vari piani. Il critico senese fa i conti con una serie di problemi che vanno bel al di là dei confini tradizionali entro i quali si dispiega, non di rado con sussiego e compiacimento, la storiografia dell’arte più abituata a una mappatura acquetante del patrimonio artistico, alla ricerca per ogni testimonianza sottoposta al restauro della propria casella attributiva e temporale, quasi si trattasse di una questione di mera tassonomia e collocazione di “cose” nel quadro di eventi agevolmente ricostruibili. Il Brandi intendeva la critica come una questione destinata a impegnare una più profonda riflessione sui fondamenti stessi del pensare la storiografia e le opere d’arte, e tale sforzo non poteva escludere il restauro che costituiva un “momento” irriducibile della restituzione dell’opera al circuito della fruizione e dell’interpretazione. L’importanza del critico senese è stata quella di aver cercato per la nostra disciplina un fondamento teorico adeguato che avesse il suo punto di riferimento, insieme con la stessa storiografia, nella riflessione filosofica, alla quale la tradizione attribuisce un ruolo centrale sia per la messa a fuoco dell’arte e delle sue diverse manifestazioni storiche che dei fondamenti della stessa storiografia, altrimenti ridotta a mero determinismo nel quadro di un positivismo rivisitato. La filosofia dell’arte non consentiva, a chi si mostrasse disposto a ripercorrerne alcune formulazioni a partire dalla riflessione idealistica fino ai suoi più problematici sviluppi successivi, culminati nel pensiero di Husserl ed Heidegger, un approccio al problema del restauro che potesse configurare tale disciplina come una sorta di supporto ancillare al recupero e al dispiegamento veritativo dell’originale. Il restauro diveniva per Brandi qualcosa di più complesso, che entrava in gioco nella stessa interpretazione dell’opera d’arte come suo momento metodologico essenziale, destinato a divenire coestensivo alla stessa attività critica della coscienza, che è attività creativa nel momento in cui con la stessa operazione restaurativa “riconosce” l’opera d’arte. Ma la coscienza che intenziona l’opera d’arte e che ne consente la recezione tramite la stessa operazione di restauro è una coscienza storicamente fondata e l’interpretazione, che fa aggio sulla percezione, trova nella materia come tramite dell’opera (che in quanto tale ne impronta la manifestazione epocale e la stessa fisicità che l’esprime) la referenza ineludibile per la stessa comprensione, che assumerà il restauro come momento metodologico della medesima. Il restauro fa corpo con la percezione e costituisce il presupposto della stessa circolazione mondana del manufatto: l’alternativa è una conservazione tout court.
L’espressione brandiana “riconoscimento dell’opera d’arte” mira ad escludere il rischio che l’interpretazione cui dà corpo lo stesso intervento sia qualcosa di “creativo” tout court e quindi conferisca al restauro una finalità che ecceda i confini di una sorta di metalinguaggio. Ma non è dubbio che se di metalinguaggio dobbiamo parlare, quando è in gioco un problema di restauro, tale accezione non implica affatto che la referenza testuale cui l’intervento si riferisce sia deducibile sic et simpliciter dalla rete dei rimandi cui il testo debba rinviare tout court per decifrarne il contenuto. Nell’economia del discorso brandiano si esclude che tra l’opera e il contesto in cui essa nasce esista una relazione di dipendenza, o quanto meno un rapporto vincolante e tale da fornire di per sé gli elementi necessari per la sua corretta interpretazione. Il rapporto stretto tra l’opera e il suo sfondo originario, suscettibile di fornire le coordinate della sua lettura, viene revocato in dubbio sin dall’inizio dalla particolare connotazione che, insieme con la critica, riceve il restauro nell’economia del discorso brandiano, secondo cui l’oggetto dell’intervento è un’opera d’arte. Costei è tale in virtù di una particolare disposizione della coscienza intenzionante, che fonda quel giudizio esclusivo in base alle leggi della percezione, che eccepisce la particolare fisionomia dell’opera qua talis da ogni esplicito riferimento ai “contenuti” che pur essa custodisce e che si riferiscono allo sfondo storico che la vide nascere. L’investitura di opera d’arte libera la testimonianza dai legami con la mondità e le conferisce un particolare valore, che la rende attuale e la svincola dal proprio contesto per collocarla in una sorta di extratemporalità.
In questa prospettiva, se l’opera d’arte è tale in virtù di una prerogativa che la fa essere sempre presente, sempre attuale, indipendentemente dalla sua origine storica (senza che quest’ultima venga peraltro negata insieme con le vicende successive della sua esistenza singolare), il restauro, che si muove di concerto con l’interpretazione e anzi ne costituisce la sua vera e propria estrinsecazione mondana, è momento vitale del riconoscimento dell’artisticità e quindi acquista di per sé un particolare ruolo, non di mera conservazione ma di revitalizzazione e attualizzazione (sono qui presenti chiari riferimenti alle coeve riflessioni heideggeriane). Il suo eventuale carattere di metalinguaggio, come si diceva in precedenza, è legato al fatto che si tratta pur sempre di un’ipotesi riproponibile a debita distanza di tempo, nel qual caso la referenza dell’opera, la matrice cui pur sempre il restauro deve far riferimento, è collocata in una sorta di luogo virtuale dell’esperienza che viene rinverdito dalla continua prensione della coscienza storica nel momento, sempre nuovo, in cui l’opera fa il suo ingresso nella circolazione mondana. Il metalinguaggio, in questo caso, è tale solo in relazione al “linguaggio” dell’opera d’arte che sfugge sia alle regole della spiegazione razionale che ai legami che la vincolano al proprio tempo originario.
Nell’economia di un tal discorso è difficile contenere il restauro nei limiti di un approccio metalinguistico di natura filologica e meramente constativa, volto a conservare una testimonianza per consegnarla come tale al futuro senza assumere impegni che vadano al di là di una semplice ma al tempo stesso importante e distaccata salvaguardia. Il restauro diviene un momento vitale dell’interpretazione, un’operazione coestensiva alla restituzione in circuito dell’opera e alla sua valorizzazione pubblica, un viatico necessario alla stessa diffusione, nonché fruizione culturale del manufatto. Si può ben dire che senza l’operazione di restauro l’opera non sembra presentare le condizioni fisiche e strutturali necessarie ad essere recepita ed apprezzata. Il restauro in tal caso può essere anche qualcosa di virtuale, nel senso che la cultura restaurativa dell’epoca fornisce i presupposti per l’apprezzamento dell’opera che fanno parte del sistema d’attese del fruitore indipendentemente dal fatto che determinati manufatti si manifestino appieno con quelle credenziali o che siano stati realmente restaurati. Ad esempio, la nostra epoca è caratterizzata da un modo di restaurare che tende a evidenziare al massimo le varianti cromatiche dei dipinti antichi, facendo quasi il verso alle opere pittoriche contemporanee, realizzate ad es. coi colori acrilici, le quali fanno evidentemente da volano in queste circostanze. Tutto ciò costituisce una caratteristica ormai imprescindibile e tale da influenzare le nostre assuefazioni visive e il nostro approccio alle opere. Il nostro sistema di attese così forgiato dalla attuale cultura del restauro rende la vita difficile ad ogni atteggiamento che non rientri in quelle caratteristiche e che quindi per conseguenza viene considerato obsoleto e sbagliato. La tendenza omologante della nostra società rischia peraltro di creare consuetudini che offrono poco spazio a voci e atteggiamenti non allineati, che forse nel restauro potrebbero assumere una loro validità e una funzione di stimolo per evitare l’imporsi di un monocorde gusto dominante.
L’importanza del Brandi, come si diceva, è quella di aver insistito sulla rilevanza del restauro come fatto coestensivo alla critica d’arte e momento vitale della restituzione delle opere alla circolazione e fruizione culturale. Si tratta di un atteggiamento che ha poco a che fare con una visione della nostra disciplina come mera operazione ricognitiva e constativa. Il restauro revivifica l’opera, perché convive con la critica, la invera e autorizza il transito della medesima al presente della coscienza individuale. Senza restauro non si dà luogo a transiti di senso, non si effettua il passaggio da un passato “sospeso” e virtuale a un presente che rimette in circolo e revivifica una referenza indeterminata. Tutte le concezioni conservazioniste del restauro presentano qualcosa di freddo ed asettico, scostante, rispetto ad un modo così vitale e creativo di concepire un’operazione senza cui avremmo a che fare soltanto con mere “ombre esangui del passato”
La vitalità di questo rapporto col passato non dipende tuttavia da “ricostruzioni” storiografiche, da una semplice questione di anagrafe attributiva che il restauro si limiterebbe semplicemente a suffragare a sostegno di una mera tassonomia topografica e attribuzionistica. In ciò sta la rilevanza delle riflessione brandiana, la sua particolarità nel panorama degli orientamenti teorici che sempre accompagnano i contributi storiografici di una mente originale e penetrante, che indaga i fondamenti di una disciplina. Se il restauro si misura con l’opera d’arte e la sua critica implicita comporta una prensione “vitale”, allora la critica non abdica a un ruolo di selezione e di giudizio che richiede una scelta senza cui il passato diviene ricettacolo di “monumenti involontari” (per dirla con Riegl), di un insieme affastellato che si impone nella sua sterminata uniformità, che occorre far proprio senza residui.
E’ viva nel discorso brandiano la questione delle scelte, il problema dei valori che il presente si dispone a suffragare, la necessità di operare per taluni versi come nelle epoche preindustriali, ove il rapporto con la storia non si stabilisce in virtù di una visione onnicomprensiva e unificante del passato ma di scarti selettivi che contemplano memoria ed oblio. Il rapporto coestensivo tra restauro ed opera d’arte viene stabilito proprio in funzione di una scelta culturale che rifiuta appiattimenti edificanti e omologazioni indifferenziate, conferendo alla critica un ruolo non meramente burocratico ma attivo e valutativo che essa è venuto perdendo nel corso del tempo.
Il rapporto col passato pare istituirsi vieppiù sulla base di una crisi dei valori e di una perdita dei legami con la tradizione che la critica otto-novecentesca ha analizzato con particolare acume. Il Brandi si colloca all’interno di questo orizzonte: per lui se il passato non transita agevolmente al presente occorre stabilire dei legami più profondi di quelli che la storiografia tradizionale cerca di mantenere limitandosi tuttavia a un atteggiamento meramente ricognitivo e documentario.

Il restauro come critica: riconoscimento o ri-creazione ?
Le riflessioni di Brandi sul restauro, che mutuano dal Denkmalkultus di Alois Riegl alcune questioni importanti come quelle del “valore dell’antico” e del “valore artistico relativo”, costituiscono nel loro genere forse l’esempio più significativo di un approccio sistematico al nostro problema, in quanto coinvolgono tutto il pensiero dell’autore (sui legami della Teoria con una particolare concezione estetica si è soffermato giustamente Paolo Montorsi, in un suo contributo recente sul restauro dell’arte contemporanea). Nel tentativo di cogliere il senso del suo discorso s’è cercato anche di richiamare quegli spunti in cui il Nostro vuole indagare la specificità dell’arte contemporanea, rilevandone il suo carattere di “segno” e la sua vocazione all’effimero e al transeunte. E’ in questo frangente “segnico” che l’intenzionalità della coscienza, senza cui non può darsi alcuna ricognizione del senso dell’artisticità, fa emergere in tutta la sua portata la funzione dello spettatore, che assume pian piano un ruolo assai più attivo nell’interpretazione e pone a repentaglio quel “circolo chiuso” della testimonianza che costituiva nel caso del patrimonio storico una conditio sine qua non dell’approccio critico- restaurativo in termini di riconoscimento. Inutile dire qui quanto il rilievo che lo spettatore assume nella determinazione dell’artisticità sia importante nel settore dell’arte contemporanea, a partire dagli anni Sessanta del Novecento.
E’ proprio la “segnicità” dell’arte contemporanea, il suo anteporre una declinazione semantica in nome di una funzione “transitiva” dello stesso significante che la riveste, ad esaltare il ruolo attivo del recettore ed a farne gradualmente un protagonista dell’interpretazione, idest conservazione. L’intenzionalità della coscienza, nel frangente socio-culturale in cui viene pienamente a manifestarsi questa particolare connotazione dell’artisticità contemporanea ove il significato fa aggio sul mezzo che l’esprime, rischia di relegare il problema della conservazione della materia a un rango più modesto, se quest’ultima viene considerata qualcosa che sussiste e che riceve pertanto investitura proprio dall’interpretazione stabilita dalla coscienza stessa. E’ all’interno di quest’ultima, di una coscienza fenomenologica foriera a pieno titolo di un’estetica della ricezione, che si gioca una partita decisiva in cui viene chiamata in causa quella critica come riconoscimento che assume, anche indipendentemente dalle intenzioni del Brandi, una diversa e assai più decisiva caratterizzazione.
Se per il Brandi il restauro è fatto critico, il problema è di analizzare la funzione della critica, che è duplice: essa si occupa dapprima dell’essenza dell’opera in quanto opera d’arte, e successivamente dell’opera in quanto maturata in un certo mondo e in una certa cultura nonché offerta all’esperienza delle generazioni successive. I due tipi di critica sono interagenti ed evidenziano comunque il rilievo dello spettatore e il rapporto dialettico da istituirsi con l’opera, con conciliazioni sempre nuove. L’opera non può essere oggetto di mero rispecchiamento: la ricezione come critica oltre ad essere imprescindibile diviene elemento attivo (e qui i legami con la riflessione riegliana sono innegabili).
Il restauro è atto critico, e in quanto tale non restituisce all’opera la semplice funzionalità eventualmente perduta. Esso presuppone il riconoscimento dell’opera d’arte, che è individuale e avviene storicamente. Perché opera d’arte vi sia, essa va riconosciuta in occasione delle diverse recezioni che si effettuano storicamente nell’intervallo che trascorre dalla formulazione d’immagine al momento della sua fruizione nel presente della coscienza storica: tutto ciò, afferma il Brandi, indipendentemente dalle premesse ideologiche o filosofiche. Egli non ritiene che i pregiudiziali orientamenti teorici debbano esercitare un diritto di prelazione decisivo ai fini di quel riconoscimento dell’opera che precede il restauro. Anche a dipartirsi da presupposti ad es. pragmatisti, il riconoscimento resta essenziale ai fini del restauro dell’opera d’arte.
Tale riconoscimento è legato all’essere nel mondo di ciascun individuo e al presupposto della fisicità e concretezza strutturale dell’opera, che è un punto inoppugnabile da cui prendere le mosse. La differenza tra una concezione idealista e una pragmatista è però questa: la seconda afferma che ogni volta che l’opera d’arte è riconosciuta come tale dalla coscienza “essa viene ricreata”. Il Brandi, dopo aver richiamato questa considerazione di Dewey, aggiunge che “fino a quando questa ricreazione o riconoscimento non avviene, l’opera d’arte è opera d’arte solo potenzialmente, o, come noi abbiamo scritto, non esiste che in quanto sussiste, in quanto cioè, come risulta anche da Dewey, è un pezzo di pergamena, di marmo, di tela”.
Importante e pregiudiziale è quindi il riconoscimento o la ricreazione perché l’opera d’arte sia tale, ai fini dello stesso restauro. Non è tuttavia una questione da poco il fatto che il riconoscimento dell’opera d’arte avvenga in base a presupposti filosofici differenti: se ad es. per il Dewey esso coincide con la ri-creazione, la conseguenza che ne deriva è di grande portata per lo stesso restauro, anche se il Brandi pare sottovalutare un’eventualità del genere. Se l’arte che si riconosce si ricrea ogni volta, diviene difficile accettare una concezione del restauro ispirata ai presupposti del rispetto assoluto per l’originale, della difesa dell’istanza storica, ecc. Il Brandi non sembra poter assimilare le due operazioni, senza sottolinearne le diverse conseguenze. Ciò tuttavia non accade, forse, perché il critico senese, partendo da una concezione “idealistica”, ritiene che ogni riconoscimento divenga di fatto una sorta di ri-creazione, ed in ciò emergono gli assunti “crociani” rivisitati in seguito alla sua frequentazione fenomenologica, legata ab initio assai più ad Husserl che ad Heidegger.
Se riconoscimento e ricreazione trovano uguale plausibilità, pur all’interno di posizioni diverse, come s’è visto, le conseguenze per il restauro non possono esser lasciate sotto silenzio, anche se il Brandi insiste molto, nella sua Teoria, sul fatto che il restauro ha a che vedere con una testimonianza del fare umano che si presenta come un circolo chiuso che non si può riaprire, e ciò implica l’impossibilità di “ricreare” l’opera stessa.
Il riconoscimento o la ricreazione precedono dunque l’intervento, e ciò è abbastanza ovvio, se si rimane all’interno di quelle coordinate. Un restauro destinato all’opera d’arte deve subordinarsi ai presupposti che lo governano e lo dirigono. L’opera potrà essere restaurata anche in funzione di un’eventuale restituzione funzionale, qualora si tratti ad es. di un’opera architettonica o di arte applicata, ma questa modalità diviene complementare “rispetto alla qualificazione che l’intervento riceve dal fatto di dover essere attuato su un’opera d’arte”.
I procedimenti pratici di restauro non possono servire ad articolare il suo concetto, che dipende dall’artisticità. Nessuna operazione pratica contribuisce a definire il restauro nella sua sostanza. I procedimenti pratici restano ancorati ineluttabilmente alla sussistenza dell’opera d’arte come materia, in termini ad es. di pergamena, marmo, pigmenti, ecc. Il riconoscimento è atto meramente coscienziale, e non ha nulla di coestensivo all’operazione concreta che resta confinata a un ruolo destinato a garantire una sussistenza pura e semplice. Se l’opera d’arte non viene riconosciuta rimane solo un oggetto tra gli altri, il cui destino dipende dal riconoscimento. Un riconoscimento mancato può essere fatale per l’opera poiché ne relativizza la persistenza, legata soprattutto all’uso pratico e alla contingenza di quell’uso nell’economia della rete di relazioni mondane che lo legittimano.
Una volta che il riconoscimento intenzioni l’oggetto come opera, quest’ultima si trova a ricevere un’investitura mirante ad eccedere la persistenza consueta degli altri prodotti del consorzio umano, e qui nascono i problemi perché la resistenza al tempo soggiace a regole che premono sull’inevitabile contrasto tra matericità e oggettualità della testimonianza. L’eccedenza rispetto a quel rapporto coestensivo investe problemi non irrilevanti, sulla cui soluzione è difficile pronunciarsi. Il giudizio di artisticità è l’espressione di una coscienza storicizzante che individua il valore originario dell’artisticità nell’economia di una sorta di ritorno che configura la genesi alla luce di un compimento, l’immediatezza alla luce della mediazione, un inizio alla luce di uno sviluppo. La coscienza dell’arte è l’espressione di un ritorno alle origini che si verifica alla fine di un periplo all’interno della psicologia della coscienza percettiva dell’interprete.
Dunque, per il Brandi l’opera d’arte condiziona il restauro, non c’è restauro che non presupponga il riconoscimento dell’opera. Quest’ultima fa il suo re-ingresso nel mondo dopo la sospensiva creata dall’atto critico che esercita una sorta di “riduzione” rispetto all’oggetto. Una volta ‘ridotto’, l’oggetto ritorna a vivere con questa nuova credenziale che richiede un particolare trattamento. Ogni restauro che si verificherà sarà connesso col legame iniziale che lo stesso stabilisce con l’opera d’arte al momento della recezione che produce l’epoché. L’investitura artistica dell’oggetto presiederà ad ogni restauro che l’oggetto stesso subirà: l’atto iniziale non è altro che il presupposto al cui nome gli interventi successivi devolveranno le proprie istanze e i propri obiettivi.
Quanto dell’opera sussiste non solo come prodotto umano ma soprattutto come materia (dato, fatto “esterno”) dipende dall’atto primo propiziato dall’istanza estetica, che non emargina tuttavia l’altro polo, legato alla storicità e al premere dell’opera nel mondo come prodotto dell’uomo, realizzato in un certo tempo e luogo e fruito in tempi e luoghi diversi da quello che lo vide nascere. La materia come qualcosa di esterno e dato costituisce una sorta di residuo ineffabile rispetto alla bipolarità con cui l’opera si presenta per Brandi alla coscienza L’espunzione della materia rappresenta, tutto sommato, un “residuo” idealistico che la fenomenologia tende a conservare, soprattutto se la si intende nell’economia della riflessione husserliana. Un’attenzione a tale problema viene riservata in modo originale da Heidegger, nella sua nozione di Erde (terra) che postula una plausibile resistenza dell’implicito o dell’indefinito rispetto all’apertura che regola i rapporti tra le cose del mondo esistenziale.
La consistenza fisica non è tuttavia irrilevante nel discorso brandiano, se egli definendo il restauro come “momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte “ parla proprio della “ fisicità “ per giungere alla polarità estetica e storica dell’opera. La consistenza della materia appare e scompare all’orizzonte della riflessione del Nostro. Dice infatti il Brandi: “ la consistenza fisica dell’opera deve necessariamente avere la prevalenza, perché rappresenta il luogo stesso della manifestazione dell’immagine, assicura la trasmissione del’immagine al futuro, ne garantisce quindi la ricezione nella coscienza umana”. L’opera è importante soprattutto nella sua fisicità ai fini della sua conservazione al futuro. La coscienza individuale che riconosce l’opera d’arte diviene coscienza universale, e incombe sul “riconoscitore” la responsabilità di promuovere la conservazione, che si snoda su una gamma infinita di comportamenti, dal rispetto all’intervento più radicale. Qui il Brandi implicitamente giustifica l’accostamento tra ri-conoscimento e ri-creazione, effettuato all’inizio del capitolo, rischiando di attrarre il primo nell’orbita della seconda, e quindi di stabilire un’egemonia della coscienza estetica che rappresenta l’elemento più dirompente e pervasivo del restauro critico nei confronti dell’oggettualità della testimonianza. Si tratta di una questione assai delicata, e l’oscillazione che in merito mostra il suo pensiero denuncia la difficoltà di contenere la critica nei dovuti limiti, conformemente cioè alle precisazioni in merito al riconoscimento che il Brandi ha modo di fare sia nella Teoria che in un altro suo famoso testo, Le Due vie.Se la critica consistesse nel mero “riconoscimento” di qualcosa che persiste indipendentemente dalla scelta operata dall’atto critico stesso, il restauro dovrebbe limitarsi a conservare l’oggetto di quel riconoscimento che in qualche modo esercita una certa prelazione anche rispetto alla coscienza che lo coglie uscendo dagli stessi confini dello husserlismo cui Brandi pare aderire (c’è un momento nel suo discorso ove egli, parlando dell’opera d’arte, sembra implicare un qualcosa che sta al di là della coscienza che la coglie). Se invece la coscienza “decide” rispetto al riconoscimento, come si evince in sostanza dal suo pensiero, allora è difficile che il restauro “conservi” una testimonianza che s’impone all’interno di un circolo chiuso. Il dilemma è rilevante, e corrisponde al dilemma interno alla riflessione teorica dell’autore, che è attratto da trascendentalismo husserliano pur essendo al tempo stesso influenzato dall’ontologismo heideggeriano.
Il Brandi non abbandona comunque il terreno della consistenza fisica dell’opera d’arte cui fa aderire il concetto di conservazione, che meglio vi si attaglia. “Per questa consistenza materiale dovranno farsi tutti gli sforzi e le ricerche perché possa durare il più a lungo possibile”. Egli quindi si sofferma sulla conservazione della consistenza fisica, ma lo fa sulla base della pregiudiziale del riconoscimento. Una volta che l’opera è riconosciuta si può restaurare, se ve n’è bisogno, agendo sulla materia. Si restaura solo l’opera in quanto sussiste come materia. La forma dell’opera preesiste al restauro: quest’ultimo riceve un’adeguata investitura solo in occasione del riconoscimento, pur agendo soltanto sulla fisicità del manufatto. In altri termini, l’atto di restauro non decide dell’opera d’arte ma soltanto della sua materia.. Qui torna di nuovo la distinzione tra materia dell’opera d’arte e opera d’arte; la critica precede il restauro, e il restauro segue i dettami della critica. C’è una critica come restauro solo se essa è intesa come una pre-condizione dell’intervento che la invera, garantendo la trasmissione al futuro dell’opera conservata. Il restauro come atto pratico non è critica, è tecnica, è prassi, il restauratore è un “tecnico”.
Eppure, il concetto brandiano di materia dell’opera d’arte non è poi del tutto coestensivo a quella sua costituzione fisica che, in quanto tale, rimane appannaggio della scienza. Al di là della materia che può essere scientificamente investigata e che riguarda la mera prassi di restauro da intendersi come momento secondario rispetto al riconoscimento che lo promuove, se ne individua un’altra accezione, che la caratterizza come entità interna all’immagine. Appare qui una chiara e non prevista distinzione tra materia e mezzi fisici. I secondi vengono definiti come mezzo affinché l’immagine si manifesti, mentre la prima esercita qualche prelazione in più rispetto ad es. alla tradizione idealistica che l’ha sempre sottovalutata.
Afferma il critico senese che nel rapporto con l’opera “la materia acquista una precisa fisionomia ed è allora in base a tal rapporto che deve essere definita”. E’ con l’opera d’arte che la materia risalta, diversamente da quanto avviene per l’oggetto mondano che sta dentro una rete di relazioni strumentali. La materia qui sembra costituire un momento essenziale all’opera e ciò non soltanto perché essa rappresenta il tempo e il luogo dell’intervento.Fenomenologicamente, la materia concorre all’apparizione dell’opera come un qualcosa, però, che s’ostende come “quanto serve all’epifania dell’immagine”.
La fenomenologia rinuncia alla sostanza per l’apparenza, e in ciò conta la Wirkung che la materia produce sulla coscienza, l’effetto di immagine (che presuppone un distacco rispetto all’esperienza sensibile più coinvolgente e rimane più “segnata” dall’approccio con la realtà). Al Brandi, fenomenologicamente, non interessa l’ontologia dell’immagine, il problema cioè di una più complessa provenienza dell’immagine stessa. Tutto si sposta sul recettore, su un soggetto intenzionato in termini contemplativo-intuitivi più che logico-dialettici. Dapprima la materia è ciò che serve all’epifania, poi essa diviene l’epifania; ciò che serve si ritrae ostendendo, l’epifania si ostende ma al tempo stesso nasconde qualcosa in ciò che ostende. Questo qualcosa che è nascosto Brandi lo chiama struttura, anche nel tentativo di non ridurlo a un’entità meramente accessoria perché non tematizzabile.
Ciò che appare non tematizzabile (la materia dell’opera d’arte come qualcosa di coestensivo ma non facilmente esplicitabile) viene in realtà tematizzato operando una cesura che produce un’oscillazione simile a quella relativa alla bipolarità originaria dell’opera d’arte che è dialettica ma anche conflittuale: quest’ultimo aspetto richiama proprio quella dimensione non tematizzabile della materia che da struttura si traduce in epifania e svanisce risolvendo ogni contrasto.
Astanza-semiosi, segno-immagine, struttura-aspetto, storia-estetica, sono le bipolarità che Brandi esibisce e che fanno capo a una dialettica positiva la cui sintesi non può che implicare l’antitesi affinché l’esito sia favorevole al primo dei due termini senza che l’altro sia vanificato. La dialettica di quegli opposti è costrittiva, nel senso che ambedue hanno agio di contemperarsi-compenetrarsi salvo rari casi di conflitti, peraltro suscettibili di “conciliazioni sempre nuove”.
Aspetto e struttura non sono facilmente distinguibili, né ciò è sempre possibile ai fini pratici. La bipolarità di aspetto e struttura non è così limpida, lascia intendere Brandi, in certi casi, mentre in altri occorre postularla considerando la rilevanza che la materia assume nella sua costituzione fisica in seguito all’elaborazione tecnica dell’artista che la trasforma in immagine. La storicizzazione della natura attuata dall’uomo richiede una particolare ricognizione critica della materia che Brandi risolve a favore dell’apertura di un’incolmabile discontinuità tra struttura e aspetto. Sul fatto che la dimensione strutturale della materia costituisca un qualcosa di non tematizzato adeguatamente si sofferma lo stesso Brandi, affermando che “l’aver trascurato, come avviene nelle estetiche idealistiche, il ruolo della materia nell’immagine, deriva dal non aver riconosciuto l’importanza della materia come struttura, arrivando allo stesso risultato d’assimilarne l’aspetto all’immagine ma dissolvendola come struttura”.
Brandi sottolinea quindi l’importanza della struttura per non dissolvere il ruolo della materia nell’opera d’arte, ma non fa molti passi avanti oltre questa sottolineatura, oscillando tra riconoscimento e misconoscimento della questione. La polarità, e la dialettica ad essa relativa, finisce per far gravitare l’assunto verso la direzione meno impervia, cercando a sostegno della soluzione più agevole corollari che servono soprattutto a stornare il discorso che s’è iniziato nel momento in cui il terreno appare più difficile da dissodare.

 


"Un allineamento di case alte, di tutti i colori, strette come una barricata con tante arcate chiuse a mezzo, come strizzassero un occhio. E sopra un verde intenso prepotente, quasi selvaggio, tanta è la forza dei tralci: viti e limoni. Questa prima immagine di Pocida si estende a tutta l’isola che è piccola, ma tutta diramata in tentacoli, come i polpi che ancora abbondano nei suoi mari"
"…Ma questo degradare e sovrapporsi di case e casette, è solo apparentemente caotico, perché poi risulta costruito con molti accorgimenti e riguardi alla configurazione dello scosceso canalone di pietra, che, appunto, costituisce tanto il Sasso Barisano, quanto, all'altro capo della cittadina, il Sasso Caveoso...Davvero rimasi sorpreso della bellezza e della nobiltà antica di questo aggregato edilizio, fra i più antichi e meglio conservati di tutta l'Italia". 1960
Così è Grosseto nella sua amabile cerchia di mura cinquecentesche che, ben piantate e bassotte, impennacchiate di alberi frondosi quasi come quelli di Lucca, con i suoi baluardi […], fra tutte quelle splendide palme, belle come a Roma, e i pini e i cipressi, risiede come un centro da tavola sulla tovaglia verdissima della pianura maremmana. 1975


Cesare Brandi
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A passo d'uomo | 1ª ed. | Italiano

Cesare Brandi
| Brossura | Editori Riuniti | 2004
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Riproposto oggi, dopo trent'anni, in una veste profondamente modificata, con un inedito Ricordo di Elsa Morante, questo "bellissimo libro", come lo definì Valentino Bompiani, forse era destinato ad apparire diverso. Già quando uscì, nel 1970, rappresentò un'eccezione rispetto ai precedenti libri di viaggio. Non a caso "A passo d'uomo" è il suo titolo, perché "l'arte - dice Cesare Brandi - non è un sovrappiù, non è un lusso, ma la realtà propria, quella che non è data ma che l'uomo si dà". È questo il fondamento ideologico del libro. Precisamente "A passo d'uomo", dunque a esatta misura umana, egli ci conduce lungo un itinerario di paesaggi e avvenimenti artistici che non possiamo ignorare o "non vedere" nella nostra più alta qualità di viventi.
Sicilia mia | 1ª ed. | Italiano
Cesare Brandi
| Brossura | Sellerio | 2003
Scheda completa

Da "Sicilia mia" di Cesare Brandi, Sellerio ed., Palermo, 1989, pag 105 e segg.

«Da quando, dopo la guerra, furono ripresi gli scavi a Piazza Armerina e fu scoperto il grosso dei mosaici, presto divenuti famosi in tutto il mondo, si pose il problema della conservazione sul posto di quella serie incomparabile. [...] si tratta, a Piazza Armerina, della serie più grande e completa di mosaici che siano mai stati scoperti in un solo monumento, e di mosaici in uno stato di conservazione, se non perfetto, certo considerevolissimo.
[...] Insomma questa villa non solo non è necessariamente imperiale, ma nei mosaici rappresenta la più sorprendente anticipazione sulle figurazioni mosaicali bizantine che sia dato a ritrovare in Italia, prima dei mosaici giustinianei, con parallelismi convincenti riguardo soprattutto a taluni dei mosaici trovati ad Antiochia e ora nel museo di Baltimore. [...] è bene che i mosaici restino dove sono stati trovati? E noi vi rispondiamo: per l'arcadica bellezza del sito, una valletta che ha pendii dolcissimi, i quali, ancor più che alla Sicilia, fanno pensare alla Toscana. Vi sono ruscelli perenni, vi è il verde tenero dei mandorli e dei noccioli, quello scuro dei cipressi, e il rigoglio delle culture orticole, insomma un luogo ameno, e la strada per giungervi non è meno amena. [...]
Insomma i mosaici scoperti hanno creato un altro di questi straordinari incontri in aperta campagna»

Il testo è stato scritto probabilmente sul finire degli anni Sessanta e si dilunga, tra l'altro, sulle modalità di protezione dei mosaici, spiegando i motivi che avrebbero portato alla progettazione della copertura poi realizzata da Franco Minissi.








































































































































































































postato da: interlinea alle ore 11:36 | link | commenti
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